Le rondini di Tunisi  Marco Tropea 2005 Le rondini di Tunisi è fra le maggiori prese di coscienza e di confronto tra la cultura arabo-magrebina e quella italo-europea in forma di parole. Un romanzo che, per la sua nitida struttura e la sua lingua, colpisce al cuore e alla testa... potente e tenero, elegante e raffinato, non cede mai, neanche per un attimo, all'esotismo. La lingua è pura e al tempo stesso contaminata, insomma il miglior romanzo di Golinelli -Avvenimenti
Un libro magnifico, una storia di grande importanza oltre che di bellezza, un romanzo che allarga il cuore -  Anna
Alessandro Golinelli è fra quelli che resistono attivamente alla bestialità ideologica di cui ci ingozzano con ogni mezzo. Come un’impossibile primavera, ecco il suo romanzo luminosamente, mirabilmente scritto - Re Nudo

Golinelli fa centro. Il libro funziona benissimo. A mano  a mano che ci si inoltra nella lettura si viene presi dalla stessa nostalgia del protagonista per un mondo duro e crudele quanto si vuole ma dove i sogni sono ancora possibili. Golinelli trova un modo letterario di fissare il prezzo del benessere - Il Giornale 

In un incantevole villaggio di pescatori della Tunisia, a metà strada fra la moderna capitale e una zona turistica ricca e “occidentale”, un omosessuale italiano si lascia coinvolgere nella vita quotidiana, a tratti drammatica, del suo amante e dei suoi amici adolescenti, fatta di semplicità, solidarietà e soprattutto di miseria e delle piccole truffe e trasgressioni giovanili per vincerla. Si ritrova così testimone dell’intensa, avvincente e simbolica storia d’amore fra Diana, una donna milanese, e Qassam, un operaio del posto, e del profondo confronto fra la modernità e l’islam che nasce sotto la guida della passione e della tenerezza. E altrettanto della disperata fuga come clandestini, in cerca di libertà e fortuna, di alcuni giovani del luogo verso Milano dove diverranno adulti perdendo le illusioni di un mondo sovraccaricato di speranze, ma non la loro identità.. Un acuto e avvincente affresco, attualissimo, di un mondo che ci appare tanto diverso, quanto in realtà è simile, condizionato e compenetrato dal nostro. Un ritratto dell'altro, di un popolo e di una nazione, la Tunisia, e di una cultura,  fatto seguendo lo slancio dell'innamoramento. 

Café Letterario
È sporca, sfacciata, viva e sincera la Tunisi del nuovo romanzo di Alessandro Golinelli. Ma non abbiamo davanti la grande e affascinante città piena di pullman di turisti, soprattutto italiani, che dopo pochi minuti di volo si sentono in “Oriente”. Si parla delle sue famiglie e soprattutto dei suoi giovani. E dei loro voli mancati. Le rondini che migrano a Tunisi vengono abbattute con i bastoni, le mine e i fucili affinché non distruggano i raccolti di olive; i loro corpi vengono mangiati o lasciati marcire al sole: è il rischio di chi lascia il proprio Paese, le dure tradizioni di famiglia, di chi non vuole farsi trascinare da un futuro uguale per tutti e fatto di miseria, birra di contrabbando e invidie. Tutti i giovani protagonisti vivono una propria rivoluzione: Ibrahim, Tareq, Hosni e Rashid hanno deciso che il futuro è quello visto in tv o nella zona turistica della città, è l’Italia. Ma anche lì le rondini vengono abbattute: nelle fughe, nella ricerca di cibo e di un po’ di calore, nella vita da delinquenti, negli affetti che tradiscono le rondini perdono quota o ritornano a casa umiliate e sconfitte. C’è chi invece la propria terra non la lascerebbe mai, Quassam, e desidera soltanto continuare a guadagnare pochi dinari alla fabbrica e sposare Diana, l’italiana che ha scelto Tunisi per ricominciare: anche questa è una battaglia e anche qui si viene abbattuti dall’esterno, da un bastone che può assumere le forme di un’ingiustificata lettera di licenziamento. A raccontare le storie di questi giovani che, senza eroismi, combattono alla ricerca del proprio futuro è un italiano “con gli occhi azzurri”. Completamente immerso nella quotidianità della popolazione tunisina e distante dalle falsità della zona turistica, il Finlandese narra le speranze e le delusioni dei suoi amici senza moralismi e pietà. Golinelli è riuscito a raccontare una Tunisi vera, concedendo poco spazio al fascino (artificiale) della medina e dei suq per portare il lettore nelle fabbriche e nei cortili della capitale. A questa terra di odori e crudeltà, che concede le sue bellezze ai turisti e i suoi giovani al mare, Golinelli dà voce, trasformando la polvere delle sue strade nell’inchiostro sincero di queste pagine.
Silvana Cannas

Fra tutti i romanzi di Golinelli, questo è fra i migliori, e forse il migliore in assoluto. Kurt, l'io narrante che aveva abitato i romanzi precedenti, lascia ora il posto a un "io narrante" più sfumato e soprattutto meno onnipresente e onnisciente, che con gesto elegante cede la scena e l'attenzione a una folla di personaggi che a loro volta hanno molto da dire.
L'io narrante (forse un pensionato, o forse un possidente, dato che pare non avere alcuna necessità lavorativa...) è un occidentale che vive in pianta stabile in un paesino nei dintorni di Tunisi, dato che è dichiaratamente attratto dalla bellezza e disponibilità sessuale dei ragazzi locali.
Fin qui, nulla di nuovo: i romanzi esotico-sessuali ambientati nel Maghreb si stanno moltiplicando anche fra gli scrittori italiani, da quando l'Italia ha cessato d'essere il Paese del turismo sessuale altrui, e ha iniziato a esportare a sua volta turisti di questo tipo. Tuttavia la prospettiva dell'io narrante di questo romanzo è diversa da quella di gran parte dei romanzi di questo tipo apparsi finora, e si rifà a una tradizione più antica, più aristocratica, ed anche letterariamente più nobile: quella per intenderci dei Byron, che assieme al corpo degli indigeni si sforzano di abbracciarne anche la cultura, la lingua, la vita, la mentalità. E lo fa non in modo caricaturale, con l'assolutismo ottuso del neofita convertito che assieme ai pregi abbraccia anche i difetti e trova al più "pittoresca" la miseria, l'ingiustizia, la degradazione e l'oppressione altrui. Il protagonista è infatti critico (chiarissime le descrizioni sulle torture e le violenze poliziesche inflitte dal regime tunisino a chiunque, indigeno, si opponga ai suoi diktat), ben conscio del suo retaggio occidentale, solo che è disposto a mettersi in discussione e a dialogare con la realtà di un Paese profondamente diverso sì, ma in cui alla fine gli esseri umani, gratta gratta, hanno gli stessi desideri di quelli che vivono in Occidente. 
Il titolo del romanzo viene da un parallelo con le rondini migranti, contro cui si accaniscono i contadini in difesa dei loro raccolti: per quante ne uccidano, altre arrivano, quasi inesauribili. Nello stesso modo i ragazzi (adolescenti o post-adolescenti) che frequenta l'io narrante, sognano di spiccare il volo verso un mondo occidentale che promette di essere l'unica occasione di riscatto sociale rispetto a una realtà politicamente soffocante, economicamente precaria, e in genere claustrofobica. Qualcuno di loro ci lascia la vita, altri falliscono, ma il numero di coloro che aspirano a ripercorrerne la strada non cala mai.
L'io narrante ha un amante fisso, Amir, che "ovviamente" non lo ama ed "ovviamente" non è omosessuale (!), ma che sapientemente non gli fa mai mancare la giusta e gradita dose di sesso. Il quale del resto è integrato da avventurette assortite con indigeni ben felici di approfittare del corpo di questo occidentale, così contento di farsi usare per un piacere che altrove non riescono ad ottenere.
Paradossalmente, però, non è questa la parte più interessante del libro, che lascia sullo sfondo la, pur rutilante, vita sessuale del narratore. In primo piano, infatti, stanno i rapporti sociali, umani, affettivi, del gruppo di ragazzi che l'io narrante frequenta nella "maison des fous"; la "casa dei pazzi", abitazione di un adolescente i cui genitori sono emigrati, aperta a chiunque abbia bisogno di dormire, o fare l'amore, o fumare, o bere alcolici.
Questo microcosmo variegato e pulsante è descritto in tutta la sua umanità, senza nasconderne le contraddizioni e i limiti (numerosissimi, anche se non sempre ben presenti all'io narrante stesso), ma senza demonizzazioni da "scontro di civiltà". Ci si rivela in questo modo un contesto sociale terribilmente simile a una certa Italia viva fino agli anni Sessanta e Settanta: grandi famiglie patriarcali, piccole realtà impiccione in cui tutti sanno tutto e sorvegliano tutti, molto autoritarismo, immensa povertà, sesso come merce (specie se praticato con i turisti e le turiste) ma anche una solidarietà fra parenti e compaesani che viene data per scontata. Anche quando alcuni dei ragazzi riescono a spiccare il volo e ritrovarsi a Milano, dove fanno subito gruppo, senza necessariamente amarsi (anzi!), ma sentendosi legati dall'obbligo sociale della solidarietà. 
Anche questa parte del romanzo, quella in cui l'autore segue le vicende dei "suoi" ragazzi trasferiti a Milano, è di grande interesse, perché ci mostra questa città (in cui io vivo) con occhi totalmente diversi. Con gli occhi cioè di chi evita gli spazi aperti (possesso degli indigeni italiani e pattugliati dalle loro polizie) e vive negli e degli interstizi, degli spazi vuoti, delle occasioni rifiutate dagli altri.
Golinelli descrive anche, in modo asciutto e senza commenti, come la prostituzione si presenti più come "occasione economica" che altro, agli occhi dei ragazzi appena immigrati, e gli omosessuali milanesi diventino semplicemente una risorsa economica a cui aggrapparsi. Sono un po' la cicoria a cui far ricorso quando il caffè è irraggiungibile, una risorsa che si deve essere capaci di amministrare, possibilmente sfruttare, una mucca da mungere. Ed è molto divertente anche questo ritratto dei "predatori" italiani degli arabi, visti dall'altra parte della barricata, non meno patetici di quanto non siano nella loro ottica i "marocchini" prostituti.

Ho tenuto per ultimo il tema che mi ha appassionato di più: l'amore che nasce fra una donna italiana che lavora a Tunisi e Qassam, non più adolescente e non frequentatore della "casa dei pazzi", ma anzi inserito nel mondo del lavoro, con un buon posto. Golinelli descrive il tentativo d'amore fra questi due mondi che, a differenza di quello dei ragazzi che si prostituiscono a turisti o turiste, non è motivato dall'interesse economico, ma nel quale le differenze economiche pesano, e costituiscono anzi un problema. La coppia è descritta nei suoi approcci, nei suoi rapporti con la famiglia di Qassam, e poi seguendo il progetto di costruire la casa per potersi sposare, i problemi col lavoro... Difficoltà e speranze si mescolano ad ogni pagina, e alla fine il lettore si scopre a tifare per questa coppia, così decisa ad amarsi ai due lati di un fossato che esiste, ma sul quale è sempre possibile gettare ponti.

Golinelli con questo romanzo è sfuggito al rischio in cui cadono molti scrittori che hanno scritto molti romanzi: quello di ripetersi. Il tentativo di rinnovarsi è riuscito, a differenza di quanto era avvenuto col precedente, 6°, nel quale l'inserimento di elementi fantastici era tutto cerebrale, artificioso, destinato a stupire con una novità programmata al tavolino per essere tale... senza grande successo. 
Qui invece si ha la novità d'un romanzo che mescola vari filoni letterari (il reportage di viaggio, il diario sessuale, l'apologo sul cosiddetto "Scontro di civiltà", la buona e vecchia ma sempreverde storia d'amore, il racconto dell'emigrazione...) senza mai scadere nel didattico e nel cerebrale: al contrario, tutte le sezioni del racconto pulsano di passione, e pur contenendo una morale, non la esibiscono mai in modo pedante. Il lettore è lasciato a trarre le sue conclusioni, dopo avere visto luoghi e pensieri ed emozioni umane che di solito gli sono preclusi.
Golinelli ha saputo sfuggire alla via più facile, quella di ribaltare il pregiudizio corrente, presentando gli arabi come buoni e gli occidentali come cattivi. I suoi personaggi hanno spessore proprio perché sono capaci di sentimenti che il lettore riesce a condividere, ma al tempo stesso si dibattono in limiti mentali e ideologici e di bassezze di cui non sembrano rendersi conto. E questo vale per entrambe le parti: tanto gli arabi, quanto gli occidentali presenti nel romanzo.
Insomma, Le rondini di Tunisi è uno di quei romanzi (troppo rari, ahimè) in cui l'attrazione sessuale dell'autore verso un popolo "altro", è stata chiave e occasione per la scoperta d'una civiltà diversa dalla sua, che ha imparato ad apprezzare (nei suoi aspetti positivi) al di là della contingenza dei rapporti carnali.

Giovanni Dall'Orto


Le prime pagine
  
Da molto tempo le mie notti di sonno s’interrompono e assisto, stringendo le lenzuola alla pelle, a lunghi stralci vissuti, sequenze in tonalità arancio e azzurro: storie di cui conosco esattamente la fine; e so che solo all’epilogo riuscirò a riaddormentarmi, appagato, esausto  (chi non si è masturbato per prendere sonno?). Ma sebbene sia io e soltanto io a comandare, ogni evento segue il suo percorso e non mi è concesso saltare alcun passaggio: tutti i personaggi, i fatti, i flash più trascurabili, inutili, perché i destini sono segnati, chiedono giustizia. Vogliono il loro ruolo nel mondo. Non nella mia vita: non parlano di me.

Ma io sono un estraneo. Uno straniero. Qui mi chiamano il finlandese. Sanno che non è così, ma due anni fa il tassista che mi lasciò con le valige di fronte a casa, s’infilò immediatamente in un Café - era stato un viaggio faticoso, sudato - e raccontò di aver accompagnato un finlandese. Ho tratti nordici e occhi e sopracciglia chiarissimi che giustificano l’equivoco ma nel prolungarlo per anni c’è stata volontà: di identificarmi come distante, esotico, diverso, ma anche di attenuare tutto nel gioco di un nomignolo falso. Come fossi uno di loro: come Sassila, - Sicilia – che ha fatto sette volte avanti e indietro da Palermo; o Sbeya, - fantasma - perché pallido e magro; o forse, meglio Jackie Chan, il giovane down che seduto sui gradini di casa davanti alla moschea piccola, intrattiene i due barbieri, il commesso del negozio di vestiti e chiunque abbia voglia di fermarsi nel vicolo, con le sue storielle sgrammaticate in cui cantilena senza inibizioni o ipocrisie le vicende di famiglia e descrive la sorella maggiore, bellissima e irraggiungibile, che si spoglia davanti a lui. Probabilmente qui le mie parole sono considerate indecenti e indiscrete proprio come le sue. Tutta la mia vita, le mie vite.