Qui di seguito, vi propongo un breve saggio, scritto alcuni anni fa, contro i
luoghi comuni filosofici, meglio ideologici, che  giustificherebbero moralmente
la globalizzazione neoliberista, e l’economia di mercato.  A.G.
 
 
 
 
 
 
 
 
Il volo di Margherita
 
 Modernità e neoliberismo
 
 
 
 
 
 
 
La modernità come contesto: uno sguardo postmoderno
 
Marshall Berman definisce l’essere moderni come “una forma di esperienza dello spazio e del tempo e di se stessi condivisa oggi giorno dagli uomini e dalle donne di tutto il mondo”.[1]
Una frase paradossale[2]: se moderno è ciò che si pensa ora, la modernità dipende dal tempo e anche un uomo medioevale che condivide i pensieri con i suoi contemporanei è moderno. Ma l’uomo medioevale non aveva la necessità di dare una definizione del proprio modo di sentire in base al tempo. La definizione di Berman risente già della sensibilità nei confronti del tempo dell’uomo moderno per il quale la modernità è l’ultimo istante congelato, bloccato; e come ogni istante è inafferrabile.
Goethe fa ammettere a Faust che il suo più alto desiderio non è l’immortalità ma poter un giorno «dire all’attimo, fermati sei così bello.»[3] L’ansia di Faust è nel riuscire a stare dietro al tempo. Essere al passo coi tempi direbbe il senso comune. Ma c’è qualcosa di più nell’idea di fermare l’attimo: un desiderio di dominio. Sulla morte, che sancisce la nostra temporalità.
La sensibilità contemporanea mette l’accento sulla complessità che permette di trovare solo tendenze dominanti e non esclusive. Dagli anni settanta c’è stato un cambiamento nel modo di sentire condiviso, alcune tendenze prima in secondo piano sono divenute dominanti, tanto che si parla di fine della modernità e di nascita della postmodernità. Paradossalmente essere moderni oggi significa essere postmoderni. Il che è in realtà molto moderno visto che la modernità è sempre l’attimo dopo.
Ma se si avvertono elementi di discontinuità col passato, a volte netti e profondi altre più superficiali o ipocriti, si continua a parlare di processo di modernizzazione. La modernità potrebbe essere anche il passato ma riusciamo lo stesso a dire che Parigi dell’ottocento era una città moderna, sebbene non corrisponda certo ai nostri criteri di modernità contemporanea.
Per capire quali sono i criteri per cui giudichiamo moderno qualcosa anche nel passato dobbiamo, come suggerisce Berman, partire dall’oggi – è insito nella modernità - e comprendere quello che il senso comune definisce come moderno.
Berman parla di esperienza condivisa in tutto il mondo. Nonostante si parli di globalizzazione, però, è difficile pensare a una condivisione dell’esperienza fra un cinese, un africano, un palestinese, un newyorkese e un napoletano. Si apre un altro paradosso. L’esperienza è condivisibile solo se gli individui vivono in un ambiente moderno o in cui è in corso un processo di modernizzazione. Quest’ovvietà  ha un senso sgradevole. Qualcuno è escluso dal processo di modernizzazione. Cioè qualcuno non è al passo coi tempi. Ciò ci permette di procedere anche in senso inverso, di selezionare ciò che non consideriamo moderno. Nello stesso tempo ci offre anche un campo di osservazione orizzontale, nello stesso istante, vasto quasi quanto quello che deriverebbe da un’osservazione storica.
Sebbene molti oggi considerino libertà e democrazia, anche se con significati assai diversi e spesso contrastanti, come tendenze dominanti della modernità, è indubbio che città come Singapore, Tunisi e Shanghai oggi, la Pietroburgo di Pietro il grande, la Roma di Mussolini, la Mosca di Stalin, o la Londra Vittoriana in passato, possano essere considerate moderne pur in assenza di queste condizioni. Così come sappiamo di società libere e democratiche in cui non è avvenuto alcun processo di modernizzazione[4]. Sotto certi aspetti anche una città come Teheran può essere considerata moderna[5].
Consideriamo moderne queste città perché in esse vediamo messe a disposizione dei cittadini le innovazioni tecnologiche e scientifiche. Si può usare questo criterio anche come di criterio esclusione[6] ed è quindi necessario, se pur non sufficiente.
Per messe a disposizione intendiamo che vi deve essere una disponibilità per la collettività, una Zuhandenhait nel senso di Heidegger,[7] essere a portata di mano, delle innovazioni tecnologiche e scientifiche. La disponibilità sociale non significa che all’interno della società non vi possano essere degli esclusi, che tutti si possano permettere tali innovazioni, ma che queste condizionino la quotidianità e non siano destinate a un esigua minoranza di «nobili».[8] 
In ciò si può leggere una tendenza distributiva nel processo di modernizzazione. Così come una tendenza globalizzante, ma questa prospettiva è ingannevole.
L’uomo moderno considera moderni coloro che hanno a disposizione gli stessi mezzi tecnologici e i risultati del progresso scientifico consentiti nel suo oggi. E lo può fare un uomo dell’ottocento come del settecento come di questo secolo; quando diciamo che Parigi dell’ottocento era una città moderna, intendiamo dire che era una città in cui si condividevano i progressi tecnologici e scientifici consentiti dalle conoscenze di quel periodo.
Se i mezzi sono gli stessi sono condivisi. Non è detto che la condivisione, la distribuzione sia democratica, ma modernizzare una società, metterla al passo coi tempi, significa innanzitutto fornire la popolazione di quei risultati tecnologici.
Lenin coniò uno slogan per indicare il suo concetto di modernizzazione: Il comunismo è il potere sovietico più l’elettrificazione di tutto il paese.[9] Mussolini in Italia bonificò delle paludi, come Faust nell’opera di Goethe, oltre a farsi vedere vestito da pilota. Adolf Hitler mise a disposizione del suo popolo i più avanzati mezzi tecnologici e scientifici per sterminare gli ebrei.
Questa concezione della modernità potrebbe sembrare una concezione illuminista:  è legata ai risultati concreti del progresso tecnologico e sembra intendere, come gli illuministi, che si debba distribuire la conoscenza, oltre i suoi prodotti. 
Il fatto che noi tendiamo a definire la società contemporanea o moderna attraverso prodotti tecnologici industriali, è naturale poiché li vediamo, sono vicini, a disposizione.
Il concetto di distribuzione della conoscenza, però, è antecedente all’illuminismo, così come il concetto di tecnologia, almeno nel senso più ampio di applicazione delle conoscenze umane alla natura. E soprattutto gli oggetti tecnologici erano a disposizione.
 
 
 
 
Il razionalismo moderno: la dipendenza dalle informazioni
 
 
Un qualsiasi oggetto non può non comunicare[10], nel momento in cui noi ne veniamo in contatto “cogliamo” le informazioni che porta con sé.
Un frigorifero non comunica tutte le informazioni che contiene, che sono servite a fabbricarlo per esempio, però compiendo il suo dovere, ci dice che la tecnologia funziona. Cioè, nel suo caso, che funziona l’applicazione della tecnologia scientifica alla natura. Che possiamo dominare la natura con la scienza, da soli, (senza dio).
 Per un elettrodomestico il messaggio è ancora più forte: contiene in modo evidente che con l’elettricità si può imbrigliare l’energia stessa della natura. Lo stesso messaggio di dominio però è contenuto in qualsiasi macchina[11] o in qualsiasi prodotto di questa, e un prodotto industriale, di serie, lo rafforza ulteriormente perché comunica in primo luogo di essere fatto da macchine.
L’idea che l’uomo potesse dominare la natura con la tecnologia (scientifica) è diventata senso comune con la rivoluzione industriale attraverso l’informazione che i prodotti della tecnologia scientifica applicata ai metodi di produzione distribuivano ed è sfociata nel pensiero illuminista, ma quei prodotti ne hanno soltanto sancito la vittoria: il pensiero aveva già cominciato a diffondersi.
Tecnologia e prodotti tecnologici sono infatti antecedenti l’illuminismo e la scienza.
La tecnologia intesa come applicazioni di conoscenze (non necessariamente scientifiche) alla natura ha la sua affermazione sociale con la diffusione della polvere da sparo nel XIV secolo. L’impatto della polvere da sparo sulla sensibilità dell’epoca fu enorme, anche l’esplosione è una forma di energia, e lo fu soprattutto durante le conquiste coloniali del cinquecento e del seicento. I conquistadores di Pizarro erano una manciata, ma avevano armi da fuoco e sottomisero l’intero Perù.
Una società s’imponeva per le conoscenze che possedeva.[12] Non per la quantità delle conoscenze, che non erano importanti, in passato società con maggior numero di conoscenze erano state sconfitte da altre che ne possedevano un numero minore - i Greci dai Romani e i Romani dai Barbari per esempio - ma per la qualità. Un tipo di conoscenze erano più importanti: quelle tecnologiche, che permettono di scoprire in un fenomeno della natura la sua utilità applicativa.[13] Con ciò si avviava una preferenza per le informazioni che riguardavano la natura che avessero un aspetto pratico e non simbolico. Si passò da Antonello da Messina a Caravaggio.
Più o meno nello stesso periodo in cui si utilizzava la polvere da sparo, in Europa si affermava anche l’alchimia[14] testimoniando un interesse nuovo per i fenomeni naturali e le loro applicazioni. Gli alchimisti fecero esperimenti, osservarono casi, accumularono informazioni e conoscenze su tutto ciò che la natura offriva spontaneamente. Da queste osservazioni, poi, nacquero alcuni profumi, vetri, veleni e altre applicazioni tecnologiche.
Ma gli alchimisti non trovarono le leggi della natura che consentivano di dominarla completamente. Si limitarono a scoprire i fenomeni e non le cause, senza così poterli ricreare artificialmente.
Quelle leggi non le trovarono perché non le cercarono: le avevano già, erano nelle sacre scritture.
Gli alchimisti catalogarono e tentarono di dominare i fenomeni naturali e di modificarli secondo le leggi dei testi sacri, ovviamente senza risultati, ma l’idea di tecnologia come la concepiamo noi – che utilizza le leggi e non solo i fenomeni - era presente.
Fra l’uomo moderno e gli alchimisti c’è un sentire comune, Faust è un alchimista infatti. Questo sentire lo potremmo definire realismo: l’uomo guarda per la prima volta alla realtà come qualcosa di più importante del sacro, di più utile. Dio non serviva per vincere le guerre, le crociate erano state perse, i fucili erano più efficienti. L’uomo senza dubbio ha ancora le lenti della religione, ma abbassa lo sguardo da dio al mondo. O da dio a se stesso come aveva fatto nell’umanesimo rinascimentale.
Non si tratta di stabilire una data di inizio della modernità[15] ma di osservare che nel distacco dello sguardo da dio, nel realismo, si trova lo spirito dell’uomo moderno. Almeno una delle sue caratteristiche.
Il pensiero scientifico che si sviluppa immediatamente dopo gli alchimisti, sancisce ed esplicita ancora più pesantemente questo distacco dal divino. Ma soprattutto lo porta alle sue conseguenze estreme, che sono la perdita della certezza.
Bacone e Galileo, ponendo le basi della scienza moderna, contestarono il principio d’autorità aristotelico ed ecclesiastico sostenendo di possedere più conoscenze, informazioni del filosofo greco.
 
 «Avete voi forse dubbio che quando Aristotile vedesse le novità scoperte in cielo, e’ non fusse per mutar opinione e per emendar i suoi libri e per accostarsi alle più sensate dottrine, discacciando da sé quei così poveretti di cervello che troppo pusillanimamente s’inducono a voler sostenere ogni suo detto senza intendere che quando Aristotile fusse tale quale essi se lo figurano, sarebbe un cervello indocile, una mente ostinata, un animo pieno di barbarie, un volere tirannico, che reputando tutti gli altri come pecore stolide, volesse che i suoi decreti fossero anteposti ai sensi, alle esperienze, alla natura istessa?» [16]
 
Le verità non devono venire dall’alto ma dal basso, dalla realtà. E la realtà che ci parla non dio:
 
Noi respingiamo la dimostrazione per mezzo de il sillogismo perché essa non produce che confusione e fa sì che la natura ci sfugga dalle mani. Sebbene nessuno possa infatti dubitare che due termini che si accordano col medio si accordino anche fra loro (è una specie di certezza matematica)[17] tuttavia qui si nasconde un inganno perché il sillogismo consta di preposizioni e le preposizioni di parole e le parole sono segni e simboli di nozioni... Secondo noi invece gli assiomi devono ricavarsi insensibilmente e gradatamente in modo da giungere solo in ultimo ai principi più generali. Questi principi in tal modo, riescono non puramente ideali, ma ben determinati e tali che la natura li riconosca come suoi propri e più noti ed essi ineriscano al midollo delle cose.[18]
 
Galileo e Bacone si ribellano innanzitutto al fatto che le premesse della scienza potessero derivare da osservazioni di carattere teologico o morale, che si confondessero quindi i livelli logici del linguaggio. Questo aveva una conseguenza enorme per la religione poiché la scrittura sacra non era più da considerarsi veritiera in senso letterale, come per ogni tipo di fondamentalismo religioso e per il medioevo, ma esclusivamente metaforica. Sebbene  l’umanesimo rinascimentale avesse già evidenziato il livello di lettura figurale della scrittura[19] non osava sostenere che la parola sacra potesse mentire, o che dalle sue verità si potessero dedurre affermazioni errate sulla realtà.
L’uomo moderno invece sgancia dal soprannaturale anche il mondo. Dio è proprio inutile: non serve per dominare la natura.
Sebbene il filosofo inglese e quello pisano avversino entrambi la tradizione scolastica del sillogismo[20] legato alla teologia, Bacone mette in dubbio anche l’utilità pratica della logica aristotelica: predilige il metodo induttivo, la classificazione dei fenomeni[21], per trovare verità accettabili.
Galileo invece fonda la scienza moderna sulla misurazione quantitativa dei fenomeni e come Bacone ritiene che si debba partire dall’esperienza, ma aggiunge che le teorie generali possano essere costruite attraverso la logica deduttiva fondata da Aristotele, e dalla matematica che ne sembra una conseguenza[22]. Dai casi particolari si possono dedurre logicamente delle teorie generali, e a loro volta le teorie generali possono diventare assiomi e permettere deduzioni che descrivano tutti i casi particolari. Ciò permette di moltiplicare le conoscenze: da poche verità se ne possono dedurre molte altre.
La ragione, l’uomo, crea da sé delle verità generali sulla natura superiori a quelle di dio. Ovviamente per Galileo non potevano essere verità morali ma solo scientifiche. Ma il passo era stato fatto: l’uomo si era sostituito a dio. Galileo fu costretto ad abiurare.
La lotta al principio di autorità di Galileo è profonda: non si basa su un ragionamento deduttivo, ma semplicemente sulla quantità di informazioni che la ragione ha a disposizione per elaborare le sue deduzioni, sulla quantità di casi particolari osservabili o di conoscenze, di capacità di osservazione. (Se Aristotile vedesse le novità...). Nella modernità è implicito uno stretto rapporto fra ragione e informazioni (e osservatore), ed è questo che differenzia il razionalismo moderno dal precedente. Le verità non sono immobili e dettate da dio, o dedotte dalla nostra ragione dalle scritture, ma dipendono innanzitutto dalle informazioni.
 
 
 
 
 
Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria
 
 
Dall’immobilità di un sistema incontrovertibile, si passa alla mobilità di verità sempre smontabili con l’acquisizione di novità.  Le verità diventano storiche. Il progresso conoscitivo non sta solo nella costruzione delle teorie ma anche nella loro progressiva smentita e modifica dall’esame dei casi particolari e delle nuove conoscenze.[23] Se nell’anno mille era generalmente accettato che il sole girasse attorno alla terra poiché le conoscenze che si avevano erano tali da permettere una tale generalizzazione, i fatti che si conoscevano non la smentivano, adesso sarebbe un assurdità perché i fatti che conosciamo (a tutt’oggi) ci danno la certezza (temporanea) che sia il contrario.
Quest’idea del cambiamento ciclico, del ribaltamento della verità è una caratteristica dell’epoca moderna anche secondo Marx.
 
Il continuo rivoluzionamento della produzione, l’ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca dei borghesi fra tutte le epoche precedenti. Si dissolvono tutti i rapporti stabiliti e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi  invecchiano prima di potersi fissare. Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria, è profanata ogni cosa sacra, e gli uomini sono finalmente costretti a guardare con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciprochi rapporti.[24]
 
 
Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria dice Marx, per descrivere come la relatività e la storicità del vero finiscano per distruggere l’autorità della verità. Ma questa dissoluzione, che Marx condanna, non ha portato almeno fino all’ultimo secolo una perdita radicale della certezza. Se la scienza si ribella all’autorità divina, dopo ogni rivolta rimane la certezza che si possa dominare la natura scoprendo le sue leggi. Il tempo è un flusso di verità in mutazione, di attimi, e l’angoscia dell’uomo moderno è nella contraddizione di volere stare al passo coi tempi e di fermare l’attimo: solo nell’immobilità è possibile vedere la verità.
La sensibilità nei confronti del tempo e dello spazio dell’uomo moderno sembra contraddistinta dal dominio del movimento[25], del fuggevole. Tutto sfugge ma noi lo possiamo lo stesso inglobare in un sistema di leggi o regole o assiomi. Possiamo sistemare, sistematizzare. La natura ci appare come una molteplicità di fenomeni, divisi, da osservare uno per uno, ma per poterli almeno catalogare e secondo un criterio nostro, e dai quali dedurre con la stessa logica che si usa per le sacre scritture verità da bloccare.
La contraddizione fra verità immobile e voglia di novità che smentiscano il passato, non è l’unica della modernità, è frutto di quella più profonda fra utopia e realtà.
Il dominio del movimento dell’uomo moderno si esprime come dominio dell’uomo sul proprio cammino, sul proprio destino. L’uomo moderno vuole decidere dove andare.
Vuole la modernità, vuole stare al passo coi tempi, vuole i risultati del processo tecnologico. Vuole quelli che osserva, ha a portata di mano, nella realtà, (realismo, tecnologia) li vuole afferrare, possedere, bloccare, ma vuole anche quelli che è in grado di immaginare, dedurre da quella realtà (utopia, scienza). Vuole il futuro che progetta, prevede.
Questo intende Nietzsche quando parla di volontà creatrice. E lo conferma Faust in punto di morte. L’uomo moderno è talmente preso dalla sua volontà, dalla sua progettualità, che s’appaga di questa:
 
Che anche quelle acque putride scompaiano, questa sarebbe l’ultima e più alta conquista. Aprirei spazi a milioni e milioni di uomini che vi abitino non sicuri ma invece liberi di agire... Si mi son dato tutto a quest’idea, qui la sapienza suprema conclude: la libertà come la vita si merita soltanto chi ogni giorno la dovrà conquistare. Presentendo quella felicità tanto alta, ora godo l’attimo mio più alto.[26]
 
E’ la felicità per il progetto, per la visione del futuro, e non la sua realizzazione, nella tragedia di Goethe, che spinge Faust a chiedere all’attimo di fermarsi, e a condannarsi a morte: ha perso la sfida col Diavolo (sarà però Dio a salvarlo).
Ma quel progetto è frutto di sapienza, dice ancora Faust. Solo attraverso la conoscenza, le informazioni, è possibile formulare quegli assiomi da cui poi dedurre un progetto, una teoria, un modello di futuro. Non tutti sono in grado di dedurre e progettare però:
 
Quello che meditai mi affretto a compiere. La voce del padrone è l’unica che conti. Servi su dai giacigli. Voi tutti. Che in letizia si veda quello che ho osato intraprendere. Mano agli arnesi, in pugno vanghe e pale! Il progetto deve essere realizzato subito. Ordini esatti, impegno veloce avranno il miglior compenso. Perché sia compiuta l’impresa più grande. Basta una mente unica per mille braccia.[27]
 
La consapevolezza che non tutti hanno lo stesso livello di conoscenza rende indispensabile una mente che progetti e che comandi.[28]
L’idea che ci debba essere una mente che conduca un’impresa non è nata con il pensiero borghese a cui Goethe sembra rifarsi.[29] Così come l’idea del comando o dell’autorità. Il processo di modernizzazione è sempre stato condotto dall’alto: prima della nascita della democrazia non si conosceva un altro modello di potere.
Il futuro dell’uomo moderno però non è solo tecnologico, ma ideale anche dal punto di vista morale.
Il sapere permette progressi che faranno sì che un giorno non ci siano più malattie, povertà, impedimenti fisici: l’uomo sarà in grado di dominare la natura completamente, il suo destino e soprattutto il male. Questo infatti è considerato come frutto dei limiti terreni dell’uomo ma estraneo alla sua “vera” natura che è buona  in quanto creatura di dio. Se l’uomo è buono, nel momento in cui con la tecnologia dominerà i suoi limiti, non farà più errori e l’utopia regnerà sulla terra.
L’utopia diventa quindi utopia sociale, non solo tecnologica,[30] e etica: una società ideale deve essere una società etica. Nel rapporto fra tecnologia e miglioramento delle condizioni reali di vita per tutti, c’è l’ulteriore legame fra etica e sapere, a rafforzare quello provocato dalla crisi del divino e delle certezze bibliche.
La scienza comunque non si sostituisce completamente a dio. Se si possono costruire le sue verità dalla misurazione quantitativa del reale, non è altrettanto possibile costruire verità morali, non misurabili quantitativamente. Lo stretto rapporto mondo/verità della scienza sembra impraticabile per la morale.
L’uomo le verità morali però le ha sempre costruite. Che siano di derivazione psicologica, antropologica, sociologica, storica, mistica, religiosa, filosofica, innata o semplicemente pratica, l’essere umano non ne ha mai potuto, in quanto membro di una famiglia, di una tribù, di un villaggio, di una città, di una nazione o del mondo, fare a meno.[31] L’uomo moderno ha la persuasione che possano essere afferrate, verbalizzate e generalizzate tramite la ragione[32] e che dalle generalizzazioni si possano poi dedurre i comportamenti nei casi particolari. Il nostro diritto penale ne è un esempio, e sottolinea il rapporto fra morale e ragione in modo stretto. E’ infatti punito maggiormente il male razionale rispetto a quello istintivo.[33]
Nella pratica del diritto però non è sempre possibile considerare assoluti gli assiomi a meno di non cadere in paradossi o in infinità di distinguo. Ammesso che uccidere sia male, la legittima difesa è però consentita.[34]
Si ammette in ambito morale di avere a disposizione soltanto due possibili preposizioni per il sillogismo[35]: alcuni a sono b e alcuni a non sono b. La quantità di quegli alcuni non può essere dedotta ma dipende appunto dall’esperienza, dalla conoscenza. Il sapere è la chiave etica della modernità. Ma se il sapere è in continua evoluzione, così l’etica che si lega per la prima volta alla scienza e alle informazioni, al tempo.
Per questo motivo Faust che è sapiente, è un alchimista, ed ha un progetto tecnologico può dichiararsi colui che migliorerà anche eticamente il futuro.
A conferma dello scopo etico del sapere, la modernizzazione dall’alto non distribuisce conoscenza solo tramite le informazioni che gli oggetti tecnologici contengono, ma direttamente con scuole e istituzioni culturali. E’ ispirata dalla volontà di modernizzare non solo gli oggetti d’uso ma anche l’individuo.
Questo è funzionale solo a una società che consideri se stessa come dedita ad un’unica impresa collettiva, come ricordava Faust: che si consideri chiusa.
Modernizzare una società chiusa non significa infatti solo mettere a disposizione gli oggetti tecnologici ma creare le condizioni affinché sia possibile realizzarli al proprio interno: avere cioè il sapere e produrre il sapere[36]. Considerando se stessa come un’impresa, la società moderna chiusa si da un ordinamento, uno stato.
Con l’accelerazione impressa dalla rivoluzione industriale alla distribuzione del sapere vengono però create le basi per una diminuzione dell’autorità dall’alto: il sapere non è più concentrato nelle mani di una sola persona o di pochi. Un altra autorità viene contestata: quella del sovrano, e in base al sapere.
Il potere, ora demitizzato, perde la sua autorità divina, come Aristotele.
Il modello alternativo è la democrazia. Lo stato, la società, l’impresa moderni sono un atto di volontà dell’uomo. Sono postulati come progetto e risultato collettivo e non individuale, esattamente come il sapere e gli oggetti tecnologici.
 Ma anche la democrazia riprende la struttura del pensiero moderno. la collettività elegge dei rappresentanti che governeranno secondo gli assiomi della costituzione, e la pratica col mondo, le sue verità, le conoscenze. Che non sono eterne ma mutevoli col tempo.
La continua rimessa in discussione delle verità, anche morali,  tipica della modernità, si riflette nella periodicità delle elezioni.
Nonostante la società moderna possa essere democratica rimane comunque chiusa. Se tende a far entrare informazioni esclude di dividerle con altre società senza avere in cambio o informazioni o risorse che permettano ai suoi sistemi di produzione tecnologici di funzionare.
Inoltre l’uomo moderno spinto dal progetto, dal futuro, ha sempre cercato di realizzare i suoi sogni, tutto ciò che il sapere permetteva di immaginare. Ma poiché le possibilità creative che il sapere scientifico offre sono superiori a quelle consentite dalle risorse materiali di una società chiusa, (l’insieme delle informazioni è sempre più denso di quello delle risorse, le possibilità sono superiori alla realtà) limitata nello spazio, la società occidentale moderna ha invaso e depredato di risorse materiali e umane, società meno moderne o semplicemente meno forti.
Non è mai stata così globalizzante. Poiché se è vero che ha portato anche i suoi oggetti con sé nelle sue conquiste coloniali o imperialiste[37], lasciandosi sfuggire le informazioni in essi contenute, ha ridistribuito le informazioni (e le risorse) solo al suo interno.
Non è un caso che Faust costruisca proprio una diga e dica:
 
Qui all’interno un paese di paradiso, la’ fuori l’onda sino al limite.
 
 
 
 
Il volo di Margherita
 
 
La nascita della democrazia non ha impedito la modernizzazione dall’alto, per l’affermarsi dell’ideologia. L’ideologia è un sistema assiomatico logico deduttivo di verità morali funzionali alla modernizzazione che dal momento in cui viene condiviso o si impone nella società determina il comportamento dell’individuo. E’ strettamente vincolante, poiché non ammette vuoti. E’ così sempre una modernizzazione dall’alto, poiché dirige tutte le azioni individuali secondo uno schema dettato dal suo potere. Ed è anche legata agli oggetti tecnologici che distribuisce e che loda: si pensi ai deliri tecno adoranti dei futuristi italiani, claque intellettuale di Mussolini.
La modernizzazione dall’alto è sempre un’accelerazione del processo ed è quindi utile alle società meno modernizzate, in cui gli oggetti tecnologici recenti non siano a portata di mano del cittadino o non vi siano le risorse e le conoscenze. La modernizzazione Nazista della Germania fu un tentativo di recuperare lo scarto accumulato con la sconfitta del conflitto del 14-18, e partì da una condivisione democratica dell’ideologia nazionalsocialista, e quella italiana del fascismo cercò di compensare un’arretratezza secolare e fu quasi altrettanto condivisa. Allo stesso modo la modernizzazione russa, cominciata con Pietro il grande, fu proseguita dal partito bolscevico che si ribellò all’autorità dello Zar con il sapere dell’ideologia e il consenso popolare.
La modernizzazione sovietica, che portò la poverissima Russia a diventare la seconda superpotenza del pianeta, si bloccò con Stalin, non nel senso che con lo stalinismo si cessasse di rimanere al passo coi tempi e di distribuire gli oggetti tecnologici, nonostante questa distribuzione subisse un forte rallentamento,[38] ma perché venne meno il concetto di futuro. [39]
Un’ideologia infatti, nel momento che assume i suoi assiomi come assoluti, e non suscettibili al cambiamento delle informazioni, ferma l’attimo, lo eternizza. L’utopia non è nel futuro ma nel presente.[40]
 
«C’è una cosa che non capisco... Come mai è sempre ancora mezzanotte, mentre da un pezzo dovrebbe già essere mattino?»[41]
 
Chiede a Woland (un altro diavolo) Margherita, la protagonista de Il Maestro e Margherita, romanzo che Michail Bulgakov scrisse fra il 1928 e la sua morte nel marzo 1940, mentre l’Unione Sovietica era governata da Stalin. Il tempo si era fermato.
L’utopia nazista era il Terzo Reich e quella di Mussolini l’Italia del Fascio. Quella sovietica la Stalinland della propaganda.
Basandosi principalmente sul consenso, ogni potere ideologico, in una società moderna in cui Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria e in cui le stesse verità scientifiche sono sottoposte al rinnovamento del sapere, ha bisogno della propaganda e si impossessa dei mezzi di comunicazione di massa, quando ci sono, per filtrare la conoscenza. Seleziona, anche con il terrore o la violenza, solo le informazioni funzionali al potere e chiude la società su se stessa.
Impedendo la permeabilità del sistema non ha più bisogno di stare al passo coi tempi: non ne conosce altri poiché non conosce altre società moderne.[42] Non dà alternative.
Nessuna ideologia reggerebbe il consenso senza fermare il tempo, ma difficilmente ci riesce a lungo senza usare mezzi coercitivi violenti. Quando cessa il consenso l’azione individuale non viene sentita più libera e l’uomo moderno si ribella all’autorità con le sue conoscenze.
Il senso di libertà dipende ed è proporzionale al numero di informazioni che l’individuo ha: più sono le informazioni e maggiore è il grado di scelta,[43] e le possibilità che ne derivano. La modernizzazione, distribuendo oggetti, tecnologia e comunque informazione, aumenta il sentimento di libertà dell’individuo aumentando le sue possibilità. Anche quando è dall’alto ed è ideologica. Ma in quel caso la libertà individuale le si rivolge contro.
 
«Sono invisibile e libera!...» Dopo aver volato per un po’ sopra il suo vicolo Margherita capitò sopra un altro che tagliava il primo ad angolo retto. In un attimo percorse questo vicolo rappezzato, rammendato, storto e lungo, con la porta sghemba della bottega dove vendono il petrolio a quartini e liquido insetticida in bottigliette e a quel punto realizzò che, pur essendo perfettamente libera e invisibile doveva essere un po’ giudiziosa anche nel piacere. Soltanto per essere miracolosamente riuscita a frenarsi, non era andata a sfracellarsi contro il vecchio e storto lampione nell’angolo. Dopo averlo scansato, Margherita strinse più forte la spazzola e si mise a volare più lentamente, badando ai fili dell’elettricità e alle insegne appese trasversalmente al marciapiede. [44]
 
La libertà di Margherita dalle leggi della fisica è per metonimia una libertà da ogni legge, ma è prudente, giudiziosa, non assoluta: l’opposizione all’ideologia sta nel relativismo e nel realismo, non nell’assoluto dell’anarchia. Senza regole ci si va comunque a schiantare: il mondo, lo spazio, la società, gli altri rimangono, non scompaiono.
Rivolgendosi contro un’ideologia di modernizzazione, si ribella anche contro la modernità. Contro i simboli che la rappresentano: si deve infatti stare attenti ai fili elettrici e alle insegne luminose. Contro il denaro, poco prima del suo volo Margherita è presentata come una donna che «non era a corto di quattrini, poteva comprarsi tutto quello che voleva» ma non era felice. E contro gli effetti che la modernizzazione tecnologica ha sull’essere umano: la perdita del contatto con se stesso e con la sua naturalità, il suo corpo. Prima di spiccare il volo, dopo essersi cosparsa della crema magica donatale da Azazello, il famulo di Woland, Margherita riprende una parte della propria naturalità:
 
Le sopracciglia depilate all’estremità e ridotte a un filo dalla pinzetta si erano infoltite e come neri archi uniformi sormontavano gli occhi divenuti verdi.... s’era disfatta l’ondulazione artificiale dei capelli.[45]
 
L’attenzione per il corpo, il romanzo è ricco di riferimenti in tal senso, deriva da due aspetti della modernizzazione dall’alto. In un sistema assiomatico l’essere umano è tale in quanto parte del sistema ideale: il suo corpo non è, sotto questo aspetto, un entità fisica con i suoi limiti ma semplicemente un simbolo (una a o una b) di una deduzione. Sebbene a e b siano lettere diverse però, è possibile inserirle in una formula deduttiva considerandole tutte uguali, cioè lettere, simboli, di qualcosa che risponde alle leggi della teoria assiomatica. Recuperare la propria fisicità significa staccarsi dal vincolo della teoria. Mettere in risalto anche la propria differenza, più che identità.
Il concetto lo esprime in altre parole Gesù Cristo quando sostiene che «non fu fatto l’uomo per la legge, ma la legge per l’uomo». Ovvero quando una legge, una teoria si scontra con l’essere umano, con la sua vita, non è l’essere umano che sbaglia ma la legge[46].
Cristo è proprio uno dei protagonisti del romanzo nel romanzo contenuto ne Il Maestro e Margherita che ce lo racconta quando è a confronto con la legge, rappresentata da Ponzio Pilato. Nel momento in cui mette in gioco la propria vita (terrena): il proprio corpo.[47]
L’uomo non è un oggetto tecnologico, non è un fenomeno della natura che si può facilmente dominare, ma un insieme di fenomeni, è fatto di sentimenti, istinti, passioni difficilmente sistematizzabili. Il recupero del corpo è un recupero della propria naturalità, in contrapposizione alla tecnologia, risultato del processo di modernizzazione, che trasforma l’uomo, lo rende artificiale e più facilmente inseribile in un sistema altrettanto artificiale.
Mefistofele lo aveva suggerito a Faust:
 
Se posso pagarmi sei stalloni non sono mie le loro forze? Corro, eccomi vero uomo, come se ventiquattro ne avessi di gambe.[48]
 
Se agli stalloni si sostituiscono i cavalli motore la cosa non cambia. Gli oggetti tecnologici diventano delle protesi che aumentano la potenza dell’individuo, ma che lo legano poi indissolubilmente al processo di modernizzazione, lo ingabbiano. Se si vuole riacquistare la propria libertà e naturalità bisogna slegarsi, rifiutarli: il loro prezzo è troppo alto.
 
Centinaia di pezzi di indiana dai ricchissimi disegni facevano bella mostra sugli scaffali. Dietro di loro si ammucchiavano calicò e mussole e panni finissimi. In prospettiva si vedevano intere colonne di scatole e di calzature, e alcune signore sedevano su bassi seggiolini col piede destro calzato in una scarpa vecchia e logora, e quello sinistro infilato in una scarpina nuova, luccicante, con la quale pestavano preoccupate il tappeto. In fondo, dietro l’angolo, cantavano e suonavano grammofoni.[49]
 
Questo supermercato “staliniano”[50] verrà distrutto immediatamente dopo la sua descrizione, da Korov’ev e Behemoth, il servo e il gatto del diavolo. La magia che libera dallo spazio razionalizzato - nel romanzo di Bulgakov qualcuno viene spedito per magia a chilometri di distanza - rompe le regole e si ribella alla modernizzazione: il prezzo di questi oggetti è per lo scrittore la repressione.
La ribellione è anche ai privilegi del potere e del denaro - i due, gatto e servo del diavolo, distruggono un ristorante di lusso - e contro il sapere selezionato dall’alto - il Maestro è uno scrittore che viene rinchiuso in manicomio per aver scritto un romanzo in cui dava per vera l’esistenza di Cristo. Numerose sono le ironie sui critici di regime, sul sapere istituzionalizzato e unico considerato tale, sulla repressione della creatività.
 
Dunque, per convincersi che Dostoevskij è uno scrittore, possibile che sia necessario chiedergli la tessera? Ma prenda cinque pagine qualsiasi di qualsiasi suo romanzo e senza alcuna tessera si convincerà di avere a che fare con uno scrittore.[51]
 
Ma se si scende un po’ più dentro il romanzo di Bulgakov ci si accorge che la critica alla modernizzazione dall’alto e al potere va oltre. Il relativismo, che incrina ogni teoria assiomatica, è insistito: la storia della decapitazione di Berlioz da parte di un tram viene raccontata più volte e sempre da punti di vista diversi. Per Bulgakov però la complessità che deriva dalla pluralità delle visioni non annulla la verità a priori, ne rende solo la ricerca difficile. E’ infatti soprattutto una complessità morale, come mostra la storia di Ponzio Pilato e Cristo dove, nel conflitto legge e uomo, innocenza, colpa, verità, menzogna, dovere morale e bene della società hanno confini assai poco netti; dipendono dal contesto, soprattutto sociale, in cui si agisce.[52] Ma è una complessità che coinvolge ogni scelta e non mancano pagine di ironia sulla troppa fiducia riposta nella scienza,[53] e sulle facili soluzioni.
Questa sensibilità di Bulgakov nei confronti del relativismo e della dipendenza dal contesto per le scelte, della libertà individuale, del recupero della naturalità dell’uomo attraverso il proprio corpo e dell’insofferenza verso la modernizzazione dall’alto e i suoi oggetti, è molto vicina a quella detta postmoderna. [54] Ma per lo scrittore russo ciò non implica rassegnazione passiva: le verità morali esistono, derivano dall’amore, - Margherita e il maestro si amano - e dalla tradizione religiosa - Cristo è esistito - e quindi si deve continuare a progettare il futuro, anche se non è facile.
 
Margherita Nikolaevna! Non si può non credere che lei abbia cercato di inventare il futuro migliore per il maestro, ma...[55]
 
 
 
 
Margherita vola in America: la modernizzazione on the road
 
 
La stessa sensibilità la si ritrova alcuni anni dopo, nel ’50, in un contesto sociale completamente diverso, gli Stati Uniti, tra gli scrittori e nell’ambiente della beat generation. Questi non avevano letto Bulgakov, Il Maestro e Margherita rimase inedito sino al ’68, ma avevano in comune con lui i libri di Hemingway, noto anche in Unione Sovietica. Da Hemingway ereditarono lo spirito libero e avventuroso nella pratica di vita - che in Bulgakov si era manifestato  nell’unica dimensione possibile nell’opprimente dittatura staliniana, la fantasia del romanzo - e il senso di fisicità, virile, che caratterizzava lo scrittore americano.
Anche la ribellione beat è contro la modernizzazione dall’alto e contro i suoi oggetti - i Beat vedono la tecnologia come un moloch, anche se non disdicono l’automobile o la moto – ma non all’intero di una società autoritaria come quella Sovietica: in una democratica, gli Stati Uniti
La guerra fredda, la generale contrapposizione con il socialismo, e soprattutto il maccartismo avevano dimostrato però che se la democrazia legittimava il potere, questo poi, si comportava come ogni autorità e determinava la vita degli individui dall’alto. Le verità morali condivise dalla maggioranza venivano imposte a tutti e guidavano i comportamenti individuali anche di chi non le approvava. Non solo, ma il potere anche in democrazia seleziona sempre le informazioni, riduce le alternative e ha la tendenza a rallentare i cambiamenti per mantenere se stesso, il suo consenso: vuole vincere le elezioni. I modi del consenso sono infatti fondamentali in democrazia.
I Beat opposero le loro nuove verità, informazioni o conoscenze a quelle della maggioranza e la loro ribellione contro l’autorità indipendentemente dal modo in cui viene legittimata, sembra un altro ribaltamento della verità di stampo moderno come lo era stato quello di Galileo.
Parte però da una contestazione morale e non scientifica, pur fondata sul realismo, sul recupero del corpo nei termini di Bulgakov. Anche per i beat le verità morali esistono, ma a differenza di Bulgakov derivano solo dall’amore e non dalla tradizione religiosa.
Sganciando la moralità da dio e legandola all’amore fra esseri umani, visti soprattutto come corpi con la loro caralità, la beat generation ha finito per mettere in risalto la sessualità facendone un fulcro della ribellione stessa: come elemento differenziatore, i generi sessuali, e di sgancio dalla tecnologia - il sesso non è tecnolocizzabile. (O almeno sembra.)
La sessualità, già centrale nella conoscenza dell’individuo per psicoanalisi e psicologia, ora, nella sua dimensione più ampia, diventa il fulcro dell’etica.
Mettere il corpo al centro della scena significa infatti occuparla e determinare così un cambiamento della percezione dello spazio: questo non è più un qualcosa di razionale, da dominare con la ragione, ma da occupare con il proprio corpo[56]. Nelle strade, nelle piazze, negli happening.
E’ un dominio ancor più rigido, poiché si fonda su un assoluto, l’impenetrabilità dei corpi, - ogni corpo ha bisogno del suo spazio – ma lascia una possibilità di incontro: l’unione (sessuale) fra due corpi. 
L’amore così, inquadrato in un contesto materiale, umano, meno idealistico, anche come bisogno uno dell’altro, è l’unica alternativa alla divisione in spazi individuali recintati. Il movimento, girovagare, l’unica possibilità per lasciare libero il proprio spazio ad altri: lo spazio razionalizzato della città diventa prigione per la Beat Generation che preferisce gli spazi aperti della strada e della prateria americana.
La razionalità tradizionale dello spazio era stata contestata anche dalla scoperta delle geometrie non euclidee e dal cubismo, per esempio, ma solo proponendo una razionalità di più ampie vedute, una diversa descrizione. Lo spazio dominato non attraverso leggi ma con la sua occupazione fisica, è semmai assimilabile, dal punto di vista scientifico, alla meccanica quantistica, che contesta radicalmente la fisica precedente.
Tutta la razionalità assiomatica galileana comunque era stata messa in crisi durante il novecento: Frege e Russel avevano fallito nel tentativo di dare basi esclusivamente logiche alla matematica, Gödel dimostrò che la matematica poteva presentare delle contraddizioni, e che anzi qualsiasi sistema assiomatico le implicava in modo proporzionale alla sua capacità di descrivere il mondo.[57] La teoria della relatività dello spazio tempo di Einstein aveva indebolito le certezze moderne di dominio di questi. E se la polvere da sparo aveva informato su come fosse possibile dominare la natura, le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki e le armi nucleari della guerra fredda quanto questo dominio potesse essere pericoloso e devastante.
La crisi del pensiero scientifico tradizionale e della ragione come era stata fino ad allora rappresentata influenzarono la sensibilità beat e soprattutto quella della generazione seguente aumentando il relativismo morale ma non determinarono, da subito, una sfiducia nel sapere. La scienza applicata aveva infatti mostrato una vitalità sorprendente: la nascita e la popolarità di psicologia, sociologia, antropologia, etologia, linguistica, cibernetica, informatica, insiemistica, genetica, fornirono un flusso di informazioni impressionante sull’uomo e sulla società (sommandosi a quelle di fonti ritenute sempre valide come letterature, poesia, arte, filosofia, storia e religioni).
Tutte queste nuove informazioni e su tutto, venivano diffuse e amplificate dai nuovi mezzi tecnologici di comunicazione di massa: giornali e radio prima, e poi cinema e soprattutto televisione. Questi non si limitavano a riprodurre informazioni, ma ne fornivano di proprie. Il mondo attraverso la tv divenne sempre più piccolo[58], si vedranno gli uomini sulla luna[59], ma l’uomo moderno riceveva comunque sempre più informazioni, dettagli.
I nuovi mezzi tecnologici moderni distribuivano le informazioni in modo assai più veloce e in quantità mai viste precedentemente. Il senso di libertà che queste creavano non era più riservato, come per Bulgakov, ad alcuni intellettuali, ma alla massa: o almeno a una fetta consistente di questa a cui arrivano e che si sente libera di svincolarsi dalla società moderna organizzata e chiusa che impone dall’alto le sue verità.
Anche il sapere della società (borghese) viene contestato: si chiede alla cultura di scendere in strada, di uscire dai musei, di occupare lo spazio. Ma soprattutto ci si sente in grado di essere gli artefici principali della modernizzazione, non tramite la semplice democrazia elettiva, ma contrastandone il potere autoritario. Non da singoli, come Faust che poi ordina agli altri di eseguire, ma appunto in gruppo: il gruppo in cui si vive, la tribù metropolitana in cui ci si riconosce, in cui si pensano le stesse cose, in cui forse ci si scambia anche i corpi, diventa il modo per ridurre il relativismo morale e per non vedersi bloccati nell'azione quando le difficoltà di scelta aumentano. E’ la tribù che dice cosa fare se il singolo non sa decidere.
La nuova sensibilità dello spazio, la percezione di sé come un corpo fisico e non come un astratto, il senso di libertà e di diversità individuale che vanno affermandosi in modo collettivo, tribale, viene definito da Marshall Berman modernismo per le strade[60]. (On the roads, pluralizzando il romanzo di Jack Kerouac).
 La definizione non è opera di Berman ma di alcuni docenti reazionari che così definirono l’azione degli studenti della Columbia University che scesero in piazza a protestare nel 1968[61] e che di quello spirito furono eredi. Berman tende però a sottolineare che la percezione dello spazio e del tempo e dell’uomo è cambiata solo in superficie: se pur attraverso il corpo, lo spazio deve essere dominato, ma soprattutto il rapporto fra uomo e tempo, fra volontà e realizzazione non muta. I giovani del sessantotto vogliono cambiare la società e il mondo in base alle loro conoscenze, non sono sconvolti dalla complessità. Vogliono progettare un futuro migliore eticamente e tecnologicamente per se stessi e per gli altri. E in questo sono moderni.
 
 
 
L’età contemporanea: la sensibilità postmoderna
 
Per il movimento del ’68 la massa ingente di informazioni delle nuove scienze distribuita dai mezzi di comunicazione di massa sembrava accrescere le capacità decisionali del singolo o del gruppo conciliando la contraddizione fra libertà e volontà creatrice senza impedire la progettazione di un futuro collettivo. Ma questa entusiastica percezione del mondo durò solo qualche breve istante.
Poi il tempo accelerò fino a fermarsi nell’oggi.
L’enorme quantità di generalizzazioni, informazioni o verità, spesso contraddittorie, anche nell’incapacità di valutare i livelli logici di osservazione da cui provenivano (manca il tempo) o comunque faticosamente conciliabili, che l’individuo aveva a disposizione, aumentò la relatività della conoscenza. Al punto da rendere legittima ogni affermazione, anche le più diverse, generando un maggior senso di libertà espressiva e di rispetto per la diversità, ma soprattutto incertezza. Il gruppo si frammentò in gruppi che andavano in direzioni diversissime. A un aumento dei dati vorticoso corrispondeva la dimostrazione dei limiti intrinsechi alla teoria assiomatica, sia scientifica sia morale, sia ideologica, che sembrava escludere la possibilità di ricavare un punto di vista unitario che riunisse tutte quelle innumerevoli diversità di angolazione.  Così si esprime von Hayek, il massimo teorico del neoliberismo, in proposito:
 
 Ciascun membro della società può possedere solo una piccola frazione della conoscenza posseduta da tutti e pertanto ciascuno ignora la maggior parte dei fatti su cui si basa il funzionamento della società medesima.[62]
 
Soprattutto viene meno il principio di causa ed effetto: non è possibile stabilire un principio di causa dei fatti poiché non conosciamo tutti i fatti particolari che ci permettono di stabilire una causa, questa potrebbe essere nascosta. [63] Non è perciò più possibile raccontarci una storia.[64]
Ai continui ribaltamenti della verità che scandiscono il tempo dell’età moderna, si sostituiscono un insieme di verità che non sembrano dominabili da una teoria e che circolano simultaneamente. Il tempo allora non è più formato di attimi, di unità misurabili in base alle verità, che si affermano e ribaltano una dopo l’altra: tutte sono possibili nello stesso istante.[65] L’impossibilità di scandire il flusso del tempo lo dilata al punto da renderlo inafferrabile, incomprensibile: non si può fermare l’attimo non perché è veloce ma perché non è riconoscibile. O meglio tutti gli attimi ci appaiono contemporaneamente. Le giornate stesse non esistono più: in ogni momento c’è qualcuno sveglio che produce informazione, e verità diverse che possiamo sapere. La luce elettrica aveva permesso di colonizzare la notte, le telecomunicazioni di essere sempre a mezzogiorno.
«E’ bello prorogare una serata di festa.» Aveva risposto il diavolo a Margherita quando lei aveva chiesto perché fosse ancora mezzanotte.
La simultaneità delle verità, lo sganciamento del prima e dopo dal concetto di causa effetto, cambiano anche la percezione del passato. Non è causa del presente ma eredità di informazioni ed esperienze. Diventa un passato archeologico non storico: si può recuperare come informazione, si può utilizzare.
I nuovi mass media inoltre slegano il concetto di tempo dal movimento - si può essere in due luoghi diversi nello stesso istante, in Italia davanti al televisore e in Afganistan - e quindi anche dallo spazio. Lo spazio non è più dominato dall’occupazione fisica, ma virtuale. Non è più la ragione o il corpo che domina lo spazio, ma la comunicazione. O meglio quelle protesi tecnologiche che la modernizzazione fornisce a chi le può acquistare, come suggerisce Mefistofele a Faust.
L’incertezza e la difficoltà di affrontare il caos delle informazioni e il loro apparente scollamento l’una dall’altra cambiano la visione che l’uomo ha di sé. Se  l’essere umano vuole agire deve scegliere e può farlo solo attraverso le informazioni in suo possesso. Ma non può più fare generalizzazioni e poi procedere di conseguenza nei casi particolari: ogni caso è diverso dall’altro. Per agire razionalmente deve riconoscere un caso particolare uguale a un altro già affrontato e per farlo gli servono più informazioni possibili.  Deve poter trascurare il minor numero di variabili.
La dichiarazione di Lyotard che la libertà di scelta dipende dalla libera circolazione di informazioni - «il pubblico deve avere libero accesso alle memorie e alle banche dati»[66] - sembra quasi ovvia.
 Se Mefistofele poteva dire a Faust: «Tu sei in fondo quel che sei» adesso dovrebbe dire tu sei quel che sai.
Il sapere, però, non è un prodotto del singolo ma della società, delle varie fonti di informazione presenti nel mondo. Tu sei quindi il prodotto casuale del contesto in cui sei, dell’ambiente in cui nasci e vivi, che non hai scelto, che ti ha reso possibile innumerevoli relazioni con gli oggetti e gli individui a portata di mano, a disposizione o che ricevi dai mass media, ma solo quelle consentite dai mezzi e dalle informazione che l’ambiente seleziona. La volontà non è più creatrice ma semmai creata, quando non proprio condizionata, dalle esperienze. Il singolo non sceglie, semplicemente utilizza le informazioni in suo possesso che lo spingono ad agire in un modo, oppure agisce in un senso poiché in precedenza durante un’azione simile ha ottenuto un risultato e tende a ripetere, a selezionare l’azione che lo ha portato a quel risultato. Anche i desideri, gli istinti non sono genuini ma dipendono dalle esperienze, dagli input ricevuti dall’esterno, che hanno plasmato l’individuo. [67]
Paradossalmente se l’uomo vuole agire non lo vuole, lo deve, per vivere, per la sua sopravvivenza, e in qualche modo non è lui che sceglie ma le circostanze e le esperienze che lo hanno disegnato così.[68] Loro lo hanno progettato, non è frutto di un processo volontario. Non è l’uomo che ha progettato il suo presente e nemmeno potrà determinare il suo futuro.
L’impossibilità di determinare il proprio futuro volontariamente è alla base della sensibilità postmoderna: non solo non esiste una volontà unica, troppi i relativismi, ma nessun progetto è davvero possibile. Non è l’uomo a fare il mondo: il mondo stesso è un self made man, si è fatto da sé, nessuno l’ha progettato.
 
 
 
 
L’ideologia neoliberista: il pensiero unico
 
 
Su questa visione del tempo fermo, dello spazio occupato dal corpo e dalle sue protesi e dell’uomo che «non sarà mai e poi mai padrone del proprio destino»,[69] si radica il neoliberismo, oggi dominante.  Il neoliberismo è un’ideologia, come sostiene lo stesso von Hayek, «poiché ogni ordine sociale si basa su un’ideologia»,[70] e governa il processo di globalizzazione in tutti i suoi aspetti.
Il paradosso che una teoria assiomatica, come è ogni ideologia, possa avere a fondamento che non è possibile alcuna teoria assiomatica che ci permetta di portare il mondo dove vogliamo, è ammesso  anche dagli stessi neoliberisti:
 
Non si può negare che in una certa misura il modello guida dell’ordine complessivo sarà sempre un’utopia, qualcosa rispetto cui la situazione esistente risulterà solo una lontana approssimazione e che molti riterranno completamente astratto...[71]
 
La risoluzione della contraddizione fra non progettualità e utopia ideologica però, per il neo liberismo, è possibile. E’ sufficiente non pretendere, come fa spesso la scienza, di poter dedurre i casi particolari dagli assiomi ideologici, ma nel limitarsi a seguire solo principi generali di funzionamento della società per i quali ad una determinata azione ne corrisponda un’altra sempre uguale: delle verità vincolanti. Verità da non sottoporre al vaglio delle informazioni e da cui non dedurre nulla per non incorrere in impasse logiche o morali.
Le leggi morali non possono essere tutte spiegate razionalmente, ma le abbiamo. Dobbiamo accettarle senza discuterle troppo. Non siamo stati noi infatti a produrle, non sono state dedotte ma semplicemente scoperte. Erano lì, nella natura, l’uomo si è limitato a trovarle e se ci sono vuol dire che sono quelle giuste poiché si sono conservate.
Il passato non è appunto storia, ma archeologia. Quello che si è conservato è buono, il resto non esiste. Le verità non derivano da un continuo ribaltamento dell’autorità attraverso le informazioni, le conoscenze. Non si modificano, solo vengono scoperte e rimangono vere. Una verità che non è stata mai smentita è vera. [72]
Non sono però le informazioni che smentiscono la norma ma la sua inefficacia. E’ l’efficacia di una norma che la rende eterna e assoluta. Se ha vinto.
 
«Una norma viene adottata e tramandata perché il gruppo che l’aveva adottata si è dimostrato il più efficiente e non perché i suoi membri avessero previsto l’effetto che avrebbe avuto.»[73]
 
L’idea dominante non è l’idea del vincitore ma il vincitore è tale perché ha quell’idea. Questo non è facilmente dimostrabile, visto che molte civiltà meno evolute e con idee che non si sono poi affatto affermate ne hanno soggiogate altre.
 Ma il concetto per cui il vincitore ha sempre ragione non è nuovo, è il principio di ogni ideologia conservatrice, di ogni autorità: sono io al potere quindi ho ragione. E’ lo stesso principio sotteso all’idea calvinista che il successo è una conferma della grazia divina, e parte dallo stesso presupposto, che le verità siano tante e in contraddizione, (poiché non è possibile un’interpretazione univoca della scrittura). Solo perché non conosco la verità non so se la mia azione sarà giusta prima, lo posso solo scoprire dopo: se avrà efficacia, successo. Se sarà vera allora non potrà essere che conforme alle verità della scrittura: dio mi ha dato la grazia di interpretarle nel modo giusto.
Nella versione teologica di questo principio, nonostante si dia al successo un valore morale, esso non è comunque merito dell’uomo ma di dio che gli ha donato la grazia. La libertà assoluta di dio di dare la grazia a chi vuole crea la differenza.[74]
Anche il neoliberismo mette in luce come non ci sia merito nel raggiungere il successo in un uomo che non può determinare il proprio futuro, almeno completamente, ma una buona dose di fortuna. Il caso, lo stesso che determina parte delle nostre scelte individuali e la loro affermazione: non possiamo sapere tutto. Il caso, che sancisce anche la differenza: solo il caso ci ha fatto nascere in un ambiente e con determinate informazioni e doti di partenza, anche economiche.
 
«...Tale posizione iniziale sarà sempre il risultato di fasi precedenti e sarà quindi non intenzionale ma dipendente dal caso quanto lo è lo sviluppo futuro.» [75]
 
Il passato è passato. Il presente è un risultato, non di un progetto, ma di una selezione: questo è il migliore dei mondi possibili, l’unico che abbiamo, dobbiamo accettarlo e non ostacolarlo. Non se ne può progettare un altro infatti: il futuro è incerto. Ma se è il migliore dei mondi, vuol dire che l’utopia è adesso, come per ogni ideologia.
In altre parole il mondo è ciò che è, non ciò che vorremmo che fosse. Ci si deve rassegnare alla sua spontanea evoluzione. Ognuno deve accettare ciò che è, non è stato lui ad auto determinarsi ma il caso. Non causa ed effetto ma caso. Lasciare tutto al caso, sembrerebbe quindi la regola fondamentale. Laissez faire, e le cose andranno come devono andare. O meglio andranno spontaneamente (a posto?).
Questa insistenza sul caso, già sottolineata nella fisica dalla meccanica quantistica e nella matematica dalle teorie delle probabilità e dei giochi, che tende ad escludere in linea di principio l’impossibilità di un progetto certo, tradisce però l’ipocrisia neo liberista, infatti il caso non esiste.
Quando von Hayek parla di società spontanea intende il modello cibernetico di sistema autoregolantesi, cioè di un sistema che se viene perturbato tende a riportare le sue parti interne in una situazione di equilibrio (che gli permette di continuare a funzionare).  Un sistema di tal genere lo è anche un essere vivente.
La teoria dei sistemi, nata per cercare di dominare la complessità, sembra partire proprio dal principio da cui è partito von Hayek, cioè che non si possono conoscere tutti i casi particolari di un sistema. Però sostiene anche che non è affatto necessario conoscerli tutti per prevedere come il sistema si comporterà. Dipende soltanto dal tipo di domande che ci si vuol porre.
 
Nel caso degli ammassi stellari un principiante direbbe di voler conoscere semplicemente ciò che farà l’ammasso, vale a dire le traiettorie di tutti i componenti. Ma anche se si pervenisse a una conoscenza di questo tipo, si tratterebbe di molti volumi pieni di tabelle numeriche e lo studioso capirebbe che questo, in realtà non è ciò che desidera. In effetti di solito i problemi significativi sono qualcosa di più semplice e assumono l’aspetto, per esempio, di domande come questa: l’ammasso finirà per contrarsi in forma di sfera o si sparpaglierà come un disco?[76]
 
Nonostante che non sia facile rispondere alla domanda, è comunque possibile se viene posta in modo adeguato al livello logico inerente le informazioni che si possiedono.
Anche per von Hayek è possibile fare delle previsioni per il sistema,[77] spingere un sistema a comportarsi in un certo modo, per esempio con delle opportune perturbazioni, ma è impossibile sapere una volta che lo si è spostato, quale sarà lo stato immediatamente successivo o quello che succederà a tutti gli elementi del sistema. Un sistema autoregolantesi tende a mantenere l’equilibrio con una reazione contraria. Potrei anche essere in grado di prevederla, ma non sarò mai in grado di sapere come sarà il futuro fra mille anni a causa di quella mia azione, potrei averlo peggiorato.[78] Dal punto di vista etico la conseguenza è che se si perturba il sistema con l’intenzione di determinarne il futuro immediato si rischia di distruggerlo in seguito: non si deve agire sul sistema.
L’unica azione consentita è quella individuale: non importa quale sia il suo fine. L’unico ordine lo si ottiene attenendosi alle regole spontanee del sistema, senza ostacolarlo: il nostro fine individuale deve essere quello di non ostacolare il sistema. Per il resto, di nuovo, lasciamo fare al caso.
Solo così il sistema sarà libero di autoregolarsi (senza che qualcuno pretenda di condizionarlo o imporre un equilibrio artificiale). La libertà del sistema è la condizione per la libertà individuale, non viceversa. 
In cibernetica un sistema è più libero maggiore è il grado di libertà, cioè minore è il numero dei vincoli del sistema. Quindi un sistema è più libero meno è vincolato. Un sistema meno vincolato è anche un sistema meno prevedibile, in cui il caso ha più effetto.
Un vincolo è una legge che vale per tutti gli individui del sistema indifferentemente. Una legge che fa sì che ad a corrisponda sempre b. Le uniche regole sensate del sistema, per la cibernetica, sono proprio quelle che sono univoche. In altre parole quelle regole che valgono in tutti i casi e per tutti gli individui.
 
La concezione fondamentale del liberismo classico, la sola che rende possibile un governo onesto e imparziale è che tutti devono essere considerati uguali, per quanto ineguali possano essere di fatto e che in qualunque modo il governo limiti (o assista) le azioni di taluno altrettanto deve, secondo le stesse norme astratte, limitare (o assistere) tutti gli altri.[79]
 
Esattamente come per ogni ideologia anche quella neo liberista considera tutti gli a e i b uguali. Non è il semplice concetto che tutti siamo uguali di fronte alla legge, ma che la legge può essere tale quando è talmente astratta dalle differenze individuali da essere sempre applicabile. Che sia insomma una legge assoluta. La legge non è per l’uomo, ma è l’uomo per la legge: essa gli è superiore.
Una regola per essere assoluta deve essere astratta, non deve tener conto delle differenze individuali che dipendono dai vari contesti. E non basandosi sul contesto, sulle conoscenze, sulle informazioni non è né verificabile né confutabile dai fatti. Deve essere accettata per quello che è sempre.
Un sistema di regole astratte è chiamato logica e perciò von Hayek parla di regole che seguirebbero la logica del sistema: la sua autoregolazione.
Ma questa è una tautologia: lo sono del sistema che è stato definito tramite quelle regole. Infatti definire un sistema non è altro che «studiare quei fatti che risultino interessanti da un certo particolare punto di vista che deve essere già stato scelto fin dall’inizio. Tutti gli oggetti materiali corrispondo ad un numero infinito di variabili e quindi di possibili sistemi.»[80]
Definire un sistema infatti significa trovare quelle regole univoche, necessarie e sufficienti a determinare il suo funzionamento e quindi di predire il suo comportamento. Ma se e solo se le regole appartengono tutte allo stesso livello logico. Il neo liberismo può fondare questo sistema di regole e pretendere che funzioni se e solo se considera il mondo, la società, a un livello logico unico. Cioè se consente un solo punto di vista.
Se l’idea che ci sia un solo punto di vista valido è un po’ lontana dal nostro sentimento di libertà di pensiero, per il neo liberismo non c’è contraddizione: non è infatti della libertà di pensiero che si occupa ma della libertà del sistema.
Il concetto di libertà è a sua volta astratto. Le regole infatti non considerano l’effettivo grado di libertà individuale legato al contesto sociale in cui ci si trova: conoscenze, mezzi, vincoli fisici e altro. Tutto ciò è lasciato al caso, è la libertà della società che conta non quella individuale.[81]
Non sempre queste regole univoche si trovano però, altrimenti tutto il mondo sarebbe prevedibilissimo e non lo è, esse possono funzionare solo sotto determinate condizioni, il che vuol dire che il sistema è probabilmente un insieme di sistemi e non che c’è il caso.
Il caso infatti non è altro che qualcosa che sottostà ad altre regole, che è regolato da un altro regolatore. Esiste solo in un sistema sbagliato[82]. La cibernetica infatti mette in guardia dal fondare sistemi mondo.
 Dalle premesse che non è possibile fare alcuna previsione del futuro però, il neoliberismo trova un modello unico di sistema mondo che per sua definizione è prevedibile. Ma un sistema prevedibile è un sistema vincolato da regole che ne azzerano i gradi di libertà (a quel livello logico). Quindi il tentativo di fondare una società più libera per gli individui è fallimentare: non solo non possiamo occuparci della libertà effettiva degli individui, ma quando cerchiamo di farlo per il sistema finiamo paradossalmente per doverlo assoggettare a vincoli che lo rendono determinato. In questo l’ideologia neo liberista non è diversa da ogni ideologia assoluta: impedisce la libertà.
Infatti il grado di libertà di un sistema aumenta se non ci sono vincoli assoluti, e cioè se si considera il sistema come un insieme di sistemi in relazione fra loro non necessariamente gerarchica, senza trovare per forza un sistema unico. E’ logico pensare che un sistema del genere abbia un maggior grado di libertà di qualsiasi sistema sottoposto a vincoli univoci, e non solo; che sia anche più facilmente funzionale, si adatti meglio all’ambiente, esattamente come il cervello umano che è un sistema di tal genere. E’ però ben più difficile da gestire.
Un sistema prevedibile implica comunque anche un sapere, una serie di informazioni che permettano di prevederlo: questo sapere superiore i neo liberisti se lo attribuiscono, è noto come il consenso di Washington. Questo sarebbe il punto di vista unico che permette di selezionare le regole del sistema, necessarie e sufficienti al suo funzionamento. Non solo, questo punto di vista sarebbe il punto di vista del mondo stesso, scoperto dai neo liberisti. La logica del mondo. La logica di ogni modernizzazione. O meglio sarebbero le idee che avrebbero portato al successo le società moderne. Ogni idea che non si può dimostrare come verità tramite le informazioni può essere dimostrata vera tramite il suo successo infatti.
In realtà però non è mai esistita una modernizzazione che non fosse dall’alto, che cioè non perturbasse l’intero sistema e che non derivasse da teorie assiomatiche deduttive, e che spesso non fosse anche un’accelerazione del processo[83]. Non solo, ma per la teoria cibernetica dei sistemi non esiste un criterio di valore per il sistema, o funziona o non funziona, non si può dire meglio o peggio. L’equilibrio del sistema non è un giudizio di valore. Se il sistema ha funzionato le regole assiomatiche dall’alto erano regole del sistema. Il presente, il successo di quelle società, è quindi frutto di quelle regole e non di altre.
Per i neo liberisti però non è così, in quanto pretendono di aver selezionato le regole non solo necessarie ma anche sufficienti a giustificare il presente: essendo le regole spontanee del mondo esse avevano governato anche su quelle usate precedentemente. Questo è indimostrabile alla luce dei fatti, ovvero è possibile trovare almeno un caso particolare che non corrisponde a queste regole. Quando lo si trova però si parla di caso.
Ci troviamo di fronte a quello che Gregory Bateson definisce un doppio vincolo: un paradosso che ci impedisce una scelta. Il neo liberismo sostiene che il suo modello funziona non perché ha le conoscenze necessarie per dimostrare che tutti gli stati del sistema erano prevedibili attraverso il suo modello ma perché siccome nessuno può sapere tutto (e questo anche i neoliberisti lo ammettono) ogni volta che le loro tesi vengono smentite si rivolgono al caso, a quei fatti che non sono prevedibili. Il caso non è qualcosa di cui non si conoscono le regole, ma un fatto di cui non abbiamo tutte le informazioni per dimostrare che sottostà alle regole precedentemente definite.
Secondo questo criterio però nessuna verifica o smentita è possibile: nessuno può portare a dimostrazione di qualcosa tutti i fatti. Si deve accettare ogni asserto ideologico per fede: che il punto di vista neo liberista sia anche la nostra opinione. In questo consiste il doppio vincolo.
 
Che in questo senso ogni potere si basi sull’opinione è vero per un dittatore assoluto come per ogni altra autorità. Come gli stessi dittatori hanno sempre ben saputo, persino la più potente dittatura crolla se perde il sostegno dell’opinione. Questa è la ragione per cui essi sono così interessati a manipolare l’opinione mediante quel controllo dell’informazione che è in loro potere.[84]
 
Il controllo dell’informazione è fondamentale per ogni ideologia che voglia mantenere il potere. L’ideologia neo liberista, una volta al potere, come è attualmente, controllerà quindi[85] che le informazioni aumentino la fiducia nella sua opinione. Sebbene la sua verità non sia sottoponibile al vaglio delle informazioni, o meglio non può esserne smentita, è ovvio che selezionando solo le informazioni che confermino che il mondo è il suo modello il potere otterrà fiducia. Fra queste  quelle che mostrano che il mondo che usa il suo modello è il migliore, l’unico possibile, che non ci sono alternative, che l’uomo non è in grado di progettare un suo futuro, che non deve trarre conclusioni dalle informazioni in suo possesso, perché non le ha tutte, e che c’è qualcuno che conosce le regole meglio di lui, di aver fede, e di non pensare al mondo.
Non potendo dimostrare che le proprie regole sono quelle che hanno regolato la modernizzazione della società precedente, lo si deve accettare per fede, i neo liberisti sostengono che quelle regole sono quelle che hanno determinato il successo della classe dominante e quindi chi le adotta vince. La propaganda si basa particolarmente su questo poiché sono le regole proposte dalla classe dei dominanti. In realtà bisognerebbe mostrare che quelle regole sono state necessarie e sufficienti per la vittoria, che i vincenti non le hanno mai trasgredite o non ne hanno usate altre. Ciò è tutt’altro che dimostrabile: nei fatti, molte sono le smentite come guerre, ricorso alla forza, alla corruzione, e logicamente visto che nessuna verifica da parte delle informazioni è possibile per il neo liberismo.
Anche in questo caso si tratta di fede, fede nella classe dominante che questa ideologia propone. Ma bisogna anche credere che se hanno vinto loro con quelle regole possono vincere tutti.
Per la cibernetica l’uomo è un sistema autoregolantesi, una macchina vivente con input le cui azioni dipendono dagli stimoli esterni (e interni) secondo criteri che gli consentono l’autoregolazione e di continuare a funzionare, vivere. [86] Non sappiamo come funziona in realtà, sappiamo solo che è motivato dalla sopravvivenza e che se riceve un’informazione sceglierà l’alternativa che rende più probabile la sua autoconservazione.[87]
Non è importante che un’informazione sia vera, ma che sia utile per la sopravvivenza individuale. O meglio quell’informazione che permette di soddisfare i bisogni primari e mantenersi in vita verrà ritenuta vera [88].
Le informazioni che nel contesto in cui si vive sono indispensabili alla propria sopravvivenza ci permettono di trarre regole di comportamento (in quel contesto): regole per le azioni individuali e regole per le azioni altrui. Sono regole per le azioni altrui solo quelle regole che io ho bisogno che anche l’altro osservi per la mia sopravvivenza. Non saranno regole sociali però tutte quelle che riguarderanno azioni altrui che non ho bisogno che l’altro osservi. Se ho necessità di vincolare l’azione di qualcuno è perché è di quella azione (o non azione) in tal senso di cui ho bisogno. Tutte le azioni di cui non ho bisogno e di cui perciò non mi importa il risultato non saranno vincolate. Più ho bisogno di azioni altrui per la mia sopravvivenza poiché il contesto non mi consente altro, più tenderò a vincolarne, e viceversa.
Le regole sociali saranno quindi solo le necessarie e sufficienti per la sopravvivenza individuale in un determinato contesto. Se il mio livello sociale è di grande ricchezza e posso soddisfare molti miei bisogni primari da solo, riterrò un dovere vincolante per gli altri e per me stesso soddisfare solo quei bisogni che io da solo non riesco a soddisfare; per esempio tutelare la mia vita impedendo di uccidere, salvaguardare la mia proprietà impedendo di rubare, mantenere un esercito, andare a combattere, fare le strade, mantenere la polizia (ma non  è detto che mi serva). Se il mio livello di vita è di miseria, riterrò un dovere per gli altri e per me stesso soddisfare non solo quelli ma anche alcuni bisogni primari come sfamarsi, curarsi, o altro.[89]
In altre parole riterrò miei diritti sociali tutti quelli che non posso garantirmi da solo.
E’ ovvio che una classe vincente e potente riterrà vincolanti solo i diritti che non derivano dal suo potere. Le regole dei dominanti  quindi garantiscono dei diritti solo in un contesto, nel momento in cui vengono astratte da quel contesto e rese vincolanti per tutti, garantiranno solo i diritti necessari e sufficienti a coloro che vivono in quel contesto e non quelli degli altri.[90] Diritti indispensabili per raggiungere la vittoria: ma solo con i mezzi di quel contesto.
In definitiva astrarre norme di comportamento dalla realtà, se questa sono quei vincoli spazio temporali in cui si vive, significa definire l’irreale, cioè l’astratto, come ciò che non è vincolante per noi stessi.
Solo che l’astratto puro non è possibile poiché nessuno è dio onnipotente, svincolato da qualsiasi legge, nessuno può essere l’unico sopravvissuto, senza l’aiuto degli altri, se non in un delirio paranoico come sostiene Canetti[91]. Così von Hayek, sebbene voglia proporre un modello di mondo astratto completamente dalla realtà, non può. Per costruire un unico sistema è infatti costretto a mettere sullo stesso piano due livelli logici: uno di regole morali che riguardano l’ordine del sistema mondo, la sua sopravvivenza, dal punto di vista dello spazio, della materia, concretissime, e che derivano dal suo non essere dio, e l’altro dal punto di vista del tempo, dello stato successivo, (o della specie?) astratte, regole del gioco funzionali al suo contesto .
Le regole morali che riguardano il sistema dal punto di vista dello spazio sono quelle che condizionano il rapporto fisico fra gli individui del sistema: sono regole di non invadenza dello spazio altrui, visto come dominio del corpo, comprese le sue protesi tecnologiche, ciò che possiede. Ma con un’identificazione completa: lo spazio e il corpo sono la stessa cosa, toccare uno spazio altrui, è uguale a toccare un corpo[92]. La proprietà privata come inviolabile è fondata su questo concetto.
Regole tutte in negativo, per delimitare lo spazio di azione. O meglio perché evitano che la società si autoregoli con la violenza, cioè delimitano un sistema, che è quello della violenza e impediscono a questo sistema di funzionare con le sue leggi.
Non sono certo regole nuove, nemmeno per i neo liberisti, sono intuitive come non uccidere, non toccare la roba d’altri, non fare violenza, non frodare, ma a differenza del modo in cui queste norme venivano usate precedentemente, e cioè selezionate le più generali [93] da cui si deducevano poi le particolari e la loro applicazione nei vari contesti, queste sono invece ritenute vincoli del tipo a ogni a allora c.
Essendo negative sembra che possano corrispondere a norme del tipo non a, e basta, che cioè non determinano che il sistema vada in una sola direzione riducendo il grado di libertà a uno, ma che non vada in un’altra, sottraendogli solo un grado di libertà. Come regole che impediscono che un regolatore agisca, però, lo bloccano (in teoria, se funzionano e vengono rispettate da tutti) totalmente[94]. Ma se è impossibile derivare i casi particolari tramite la deduzione dagli assiomi vuol dire che esiste una norma vincolante per ogni azione: cioè non saranno alcune norme non vincolanti del tipo non a, ma un infinita serie di norme che impongono che a un particolare gesto si debba rispondere con una mossa ben stabilita.
Se io ho infatti una norma del tipo non a, devo sapere che cosa significa a. Il significato di una parola, e anche von Hayek lo sa bene, è deducibile solo dal contesto. E’ chiaro che se io do ad a il significato di uccidere, so che cosa vuol dire non uccidere, ma so anche che è lecito farlo per mia difesa.  So che in un determinato contesto non a non vale. La nostra mentalità può portarci a trovare allora un altra norma più generale, del tipo non uccidere se non per difenderti. La generalizzazione non è però consentita dal ragionamento di von Hayek, perché in realtà rischia di non essere comunque omnicomprensiva. E non lo è infatti poiché a sua volta dipende dal contesto, dal significato che si da alla parola difesa per esempio. Il modello che propone von Hayek è quello di un diritto di stampo anglosassone senza leggi generali, ma composto di una serie di pratiche standardizzate in cui ogni volta che ci si trova di fronte a un caso uguale si agisce in un senso, cioè si impedisce un’azione. Ma il nessun caso è uguale a un altro e l’uguaglianza dipende dal livello logico di osservazione: questo per i neo liberisti è quello astratto dai contesti, quello del loro contesto.
Contano paradossalmente i particolari e non il generale, ma si deve giudicare come se il caso particolare fosse privo di contesto: niente eccezioni. Se ci si lascia condizionare dal contesto si contraddice il sistema. Nessuna tolleranza. Un giudice socialista, cioè che punisca per esempio un ladro in modo diverso se ruba per necessità o cupidigia, è inammissibile[95].
 
 
 
La condivisione dello spazio: il mercato
 
 
Quando von Hayek ammette che il sistema della violenza necessita di un’organizzazione per essere bloccato, cioè di una società organizzata in uno stato, che regoli a sua volta il sistema in modo da impedire la violenza[96], pensa a uno stato che non intervenga nei contesti per eliminare le cause della violenza, ma solo che la reprima. Ma la società organizzata implica comunque uno spazio comune da gestire, delle risorse, che possano essere utilizzate per quei compiti che non sono attuabili dai singoli individui.
Quello dello spazio comune è un problema in una visione così stretta del rapporto spazio corpo: se il sistema è composto di elementi tutt’uno con il loro spazio, o c’è uno spazio che non possiede nessuno, oppure c’è la possibilità che gli spazi si compenetrino, al di là della violenza o della condivisione organizzata[97].
Il mercato per il neo liberismo ha proprio la funzione di regolare la compenetrazione degli spazi individuali. 
Il mercato manterrebbe in equilibrio il sistema.[98] Non istante per istante, ma nel tempo. E infatti le regole del mercato sono regole sulle mosse, di un gioco, a un livello logico diverso dalle regole morali.
Se si gioca una partita a carte si da per scontato che l’altro non ci strappi le carte dalle mani o ci spari. [99] Il gioco delle carte non ha niente a che vedere con le regole della violenza e nemmeno le condiziona (almeno in teoria). Così come non cambia le leggi della fisica. Queste regole sono le condizioni perché si possa giocare, e non del gioco. Sostenendo che il gioco, il mercato, condizioni tutti gli altri sistemisi mettono le regole del gioco sullo stesso piano delle altre pretendendo di costruire un legame di dipendenza delle prime dalle seconde. L’etica così non può essere vista come qualcosa di indipendente dal mercato.
Alle regole del mercato, e solo a queste, l’uomo deve attenersi, anche moralmente.
In realtà il mercato non esiste. O meglio non esiste il mercato puro, che non sia condizionato da altri fattori, che è quello che vorrebbero fondare i neo liberisti.
E’ un utopia, ma non è irrealizzabile solo per incapacità umana[100], o perché appunto non esiste il sistema dei sistemi, o il regolatore dei regolatori, ma perché il mercato non è un regolatore sufficiente a mantenere l’equilibrio del sistema mondo per sua stessa costituzione.
Il mercato ha funzionato fino ad ora come regolatore interno solo in società chiuse come un’impresa e organizzate, dove il processo di modernizzazione avveniva dall’alto, anche democraticamente, e che guidavano il mercato secondo fini comuni e sociali; lo stato ha sempre svolto la funzione di sovraregolatore attenuando gli squilibri che il mercato provocava (e fornendo attraverso le sue strutture molte delle condizioni necessarie affinché il mercato potesse svilupparsi e funzionare). Inoltre queste stesse società erano società vincenti, nel senso che attraverso la violenza, la guerra, la polvere da sparo, avevano a disposizione molte più risorse, spazio, di quanto fosse consentito dal loro spazio reale di mercato. Non le ha fatte vincere ma ha funzionato, sotto determinate condizioni, perché erano già vincenti.
Dove non c’è un regolatore stato invece, nella società globalizzata, o aperta, il libero mercato non fa altro che provocare danni, e aumentare tensioni e squilibri.
Ma questi sono fatti, dati, e le informazioni non servono a smentire un fede.
I neo liberisti vedono il mercato come un gioco: le regole di un gioco sono appunto astratte. Inoltre un gioco è un regolatore di informazioni, nel senso che le regole del gioco, e solo quelle, permettono lo scambio di informazioni fra i partecipanti. Per la cibernetica un regolatore regola proprio le informazioni che arrivano al sistema, è un filtro che impedisce che alcune informazioni, perturbazioni, facciano smettere di funzionare il sistema.
Una delle principali caratteristiche di un gioco è che più aumenta il numero dei partecipanti e minore è la possibilità che la mossa di un giocatore sia definitiva: cioè che si chiuda il gioco, ovvero che finisca la società del mercato. Una partita a due, di qualsiasi gioco, può essere anche molto lunga, o finire in parità se due giocatori sono altrettanto abili, ma le probabilità che di mano in mano uno dei due vinca sono al massimo: 50%.
Soltanto tenendo elevato il numero dei giocatori si può continuare  giocare a lungo.
Spesso, però, nella società gli uomini si alleano[101], ovvero nascono dei gruppi di solidarietà per aiutarsi reciprocamente a vivere: non solo gli stati, per esempio, ma sindacati, confederazioni, società di capitale, società cooperative, eccetera. Queste alleanze riducono il numero di partecipanti al gioco. I neo liberisti per questo vorrebbero l’abolizione del sindacato[102] che causerebbe un’enorme riduzione dei giocatori - tutti i lavoratori come una cosa sola. Però non dicono nulla sulle società per azioni e di capitale, e sono anche poco critici nei confronti dei monopoli e degli oligopoli, che vengono considerati invece da molti economisti come abnormità.
In realtà è possibile stabilire regole del gioco che fanno sì che la partita non finisca nemmeno per un numero molto basso di giocatori. [103] Per esempio costruendo delle regole che impediscano mosse risolutive o troppo squilibranti.
 
 
 
Il mercato: giochi fatui e mani truccate
 
 
Esistono giochi di pura abilità, giochi di fortuna, e giochi che mettono insieme entrambe. L’abilità consiste, in generale, nell’essere capaci di rispondere all’avversario con una mossa altrettanto efficace. Negli scacchi questo è sempre possibile, tanto che a parità di abilità la partita finisce pari, e spesso non c’è neppure bisogno che termini perché i giocatori possono prevedere di pareggiare e decidere di smettere. Possono prevederlo in quanto hanno sulla scacchiera tutte le informazioni necessarie per dedurre le mosse successive, che sono finite.
Lo stesso non si può dire per un gioco di carte, in cui non ci sono scacchiere e che dipende molto dalla fortuna. Innanzitutto le carte vengono distribuite a caso. La situazione di partenza quindi non è la stessa per tutti. Dopo di che si gioca e attendendosi alle regole, a seconda dell’abilità e delle carte iniziali si può vincere o perdere. Una migliore situazione di carte renderà più probabile la vittoria. Il gioco delle carte si basa in linea di massima su un principio: capire quali mosse sono possibili per l’avversario. Scoprire le sue carte. Non esiste infatti alcun gioco di carte in cui si conoscano tutte le carte dell’avversario, le informazioni che rendono prevedibile la sua mossa. Queste le possiamo dedurre anche dal gioco, dalle carte che vengono scoperte man mano, ma anche leggerle in faccia ai nostri concorrenti o ai nostri alleati. E’ una lotta basata su una maggiore o minore quantità d’informazioni.
La fortuna durante il gioco sta nell’azzeccare una previsione in base ai nostri dati che potrebbero essere insufficienti. La fortuna però non conta se si considera il gioco delle carte come composto da una serie infinita di mani: nel senso che a quel punto tutti ne hanno in parte uguale. Ogni mano si riparte da capo.
Il mercato invece è un gioco di carte, dipende infatti dalle informazioni, in cui il vincitore della mano precedente avrà le carte migliori (e più informazioni) nella seconda in proporzione al suo punteggio[104], e l’avversario peggiori. E’ una partita infinita, in cui non si ricomincia mai da capo. Per il calcolo delle probabilità è ovvio che dopo un numero limitato di mani, ci saranno, nel caso di molti concorrenti, degli avvantaggiati e degli svantaggiati in modo definitivo: ovvero alcuni concorrenti non avranno alcuna probabilità di vincere la partita finale, anche se possono vincere qualche mano. E’ insomma un gioco selettivo che tende a un solo vincente. Spesso così la partita si ferma prima che finisca, è inutile andare avanti, e la società crolla.[105]. (A meno che gli avvantaggiati non abbiano interessi ad allearsi fra di loro per far continuare il gioco). Sembrerebbe naturale che uno dei modi migliori per far continuare il gioco sia quello di ridurre gli svantaggi che possono accumularsi.
Questa regola selettiva vale in modo intuitivo per un gioco a vincita zero, ovvero in cui la vincita è solo la suddivisione della posta iniziale dei giocatori, del loro spazio, mentre il mercato però è definito come un gioco a vincita positiva. Ovvero ogni mano la vincita è superiore alla posta iniziale: se è vero che c’è chi si avvantaggia di più, in media tutti ne traggono un vantaggio.
Questo è possibile perché ogni mossa sensata e secondo le regole condotta all’interno del mercato non può non dare informazioni a tutti gli avversari per poter rispondere. Ogni carta che gioco è un informazione che do agli altri sulle possibilità di tutti di vincere. Il gioco del mercato è un gioco di informazioni (come le carte) in cui si vincono informazioni da utilizzare nella mano successiva.  Ogni novità, il mercato è fatto di novità, è una nuova informazione che accresce le informazioni. (Ma solo perché c’è l’uomo che le interpreta, e che con la sua ragione deduttiva, assiomatica e limitata, le moltiplica.)
In questo contesto, le alleanze sindacali non riducano realmente il numero dei giocatori. Ogni giocatore che può dare delle informazioni nuove al mercato lo arricchisce, ma la stessa informazione ripetuta n volte vale sempre uno. L’alleanza solidale è solo un modo per prolungare il gioco diminuendo gli svantaggi.
Il carattere delle informazioni che ci da il mercato in sé è economico. Cioè non ci dice nulla su come funzionino gli oggetti tecnologici, ma solo che funzionano e che li posso o non li posso acquistare o vendere, o che li posso produrre al minor prezzo possibile, o a un prezzo che mi permette di venderli a qualcuno che può comprarli. Ci dice quanto costano. Però non ci dice nulla del perché costano tanto e del metodo di produzione.
Il mercato non è un regolatore che permette di aumentare la produzione di spazio, ma solo la sua distribuzione. Per la produzione il mercato è un gioco a vincita zero. O meglio lo spazio del mondo diviso in individui e nelle loro protesi, rimane sempre lo stesso, il mercato non lo accresce affatto. Da questo punto di vista quindi vale la regola del gioco a vincita zero.
Quello che fa aumentare la produzione di spazio, di merce, sono le informazioni, le conoscenze scientifiche e tecnologiche che ci permettono di sfruttare al meglio la natura: la materia e l’energia. Più aumentano e più si può allargare lo spazio. Altrimenti lo si può soltanto prendere ad altri, fuori dal gioco. Come ha fatto spesso la società occidentale cedendo a volte informazioni per materie prime, ma assi più spesso utilizzando il vantaggio tecnologico e militare per fornire il mercato interno di materie prime e mano d’opera a basso prezzo (schiavitù), producendo così a costi più bassi di quanto non potesse permettersi realmente e sviluppandosi più velocemente di altri.
Il mercato permette solo un accumulo di informazioni, è questa la sua mano invisibile, e ci permette di utilizzare una tecnologia senza bisogno di conoscerla, ovvero comprandola, (o vincendola). In questo modo si possono usare conoscenze diverse e metterle assieme anche senza che le si comprenda tutte e quindi sfruttarle al meglio. E’ nella possibilità di raccogliere le conoscenze che c’è maggior produzione di spazio.
Ma raccogliere le conoscenze è possibile anche per uno stato organizzato, spesso i maggiori progressi arrivano da questi, come le tecnologie di derivazione militare e non solo, e affinché queste crescano hanno anche bisogno di essere redistribuite all’uomo che le elabori: che inventi e pensi. Questo il mercato non lo può fare anzi lo esclude.[106]
Nel mercato infatti chi vince raccoglie conoscenze, potendo aumentare la produzione e ridurre i prezzi ed essere più concorrenziale, e  poiché lo avvantaggiano le tiene nascoste come strategia di gioco (di carte).
L’affermazione di Lyotard che in una società postmoderna la libertà dipenda dalla libera circolazione delle informazioni, che sembrava ovvia, assume in questo contesto un significato assai diverso, visto che invece vengono regolate dal mercato e hanno un prezzo.
La società moderna ha sempre tenuto conto del mercato e delle sue possibilità, ma ha anche sempre distribuito dall’alto le informazioni e regolato il loro possesso: le informazioni in quanto prodotto del passato e spesso dello stato venivano viste come patrimonio comune. In un prospettiva neo liberista esse sono archeologia, e una volta acquistate non vengono esposte in un museo, ma conservate per sempre nel proprio spazio.
Il mercato può selezionare il metodo di produzione più economico[107], ma solo secondo le sue leggi, cioè non tenendo conto dei costi che la produzione ha per gli altri regolatori del mondo. L’equilibrio del sistema biologico, fisico e sociale condiziona i prezzi, il metodo di produzione, e deve farlo, per la sopravvivenza del sistema mondo. Il mercato è un regolatore necessario nella società, ma non sufficiente.
Come Faust vorremmo usare il diavolo, colui che «vuole sempre il male e opera sempre il bene», come sembra possa fare a volte il mercato dei vari egoismi, e non essere usati da lui. Non è il mercato infatti, se visto nella sua complessità, il problema, ma la sua visione ideologica.
L’ideologia neo liberista come ogni ideologia totalitaria, impedisce la reale libertà dei singoli sganciandola dai contesti e vincolando gli individui a norme assolute; si basa sulla fede, sulla propaganda e sulla selezione/censura delle informazioni consentendo un solo unico punto di vista (non vede altri regolatori che non il suo); è antidemocratica poiché non prevede un’organizzazione reale della società, anche eletta democraticamente, ma solo una obbedienza cieca alle sue leggi di mercato, (che non è democratico, ma un gioco selettivo); è ipocrita perché nasconde che il mercato è un gioco truccato (dalle sue regole) da un falso caso, da vantaggi enormi e da altri sistemi. E soprattutto si basa sul terrore[108]: con la minaccia di eliminazione dal gioco del mercato, dello scambio.[109]
Grazie ai suoi potenti mezzi, e non solo, è dominante e regola la globalizzazione dall’alto del suo potere, della sua forza, della sua propaganda provocando danni enormi.
L’alternativa dell’equilibrio fra il sistema economico, il sistema biologico, il sistema sociale dei diversi contesti, e il sistema morale esclude qualsiasi semplificazione ideologica invece. 
Spinge piuttosto ad andare più a fondo nell’analisi, anche di noi stessi e del nostro rapporto con gli altri, delle motivazioni. 
Se ciò comporterà una libertà prudente e giudiziosa e non assoluta, come quella del volo di Margherita nel romanzo di Bulgakov, tanto meglio, non rischieremo di andare a sbattere contro la realtà e contro gli altri.
 
A. G.
 
 
 
[1] Berman L’esperienza della modernità op. cit. pag. 25
[2] In senso temporale e probabilmente in modo inconsapevole: Berman poteva intendere anche quell’oggi come nel momento in cui scriveva, ma dal punto di vista strettamente logico il paradosso è comunque presente. 
[3] Werd ich zum augenblicke sagen: Verweile doch, du bist so schön.! Goethe Faust. Mondadori Milano 1970 pag. 130.
[4] Come molte tribù primitive dell’Africa attuale o dell’America meridionale. O come le polis greche. Sempre che non si vogliano definire le libertà e la democrazie moderne come le uniche concepibili.
[5] Ci sono: l’acqua potabile, la luce elettrica, la tv satellitare, la radio, le linee telefoniche, gli autobus, i supermarket, le banche, i computer, eccetera...
[6] Non consideriamo moderne quelle società in cui non ci siano a disposizione i risultati tecnologici del progresso umano generale.
[7] Martin Heidegger Sein und Zeit. Essere e Tempo. Milano Longanesi 1976. Pag. 134
[8] E ovvio che consideriamo più moderna una città secondo la quantità d’innovazioni tecnologiche e a seconda che siano più al passo coi tempi.
[9] Kommunizm est’ sovestkaja vlast’ pljus elektrifikacija vsej strany. In G. Piero Piretto Il radioso avvenire. Tornio Einaudi 2001 pag. 34
[10] Watzslawick Beaven Jackson Prgamatica della comunicazione umana Astrolabio Roma 1983
[11] E’ importante ricordare la definizione di macchina per la fisica: un qualsiasi mezzo che trasformi l’energia in lavoro.
[12] Non era la prima volta. Società che avevano armi di ferro temperato rispetto a chi le aveva di bronzo erano già risultate vincenti, ma non c’era consapevolezza reale di un potere della tecnologia.
[13] La tecnologia prescientifica procedeva in modo diverso da come noi la concepiamo. Era frutto dell’osservazione di un fenomeno di cui poi si scopriva o si inventava un applicazione pratica.
[14] L’alchimia è di nascita classica e viene tramandata in Europa dagli arabi. Si diffonde nel cinquecento.
[15] Berman per esempio la colloca all’inizio del XVI secolo, altri alla fine del XVII e altri ancora alla nascita dei comuni in Italia.
[16] Galileo Galilei. Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo. Einaudi Torino 1970
[17] a→b e b→c allora si può dedurre che a→c. E’ lo stesso sillogismo su cui si basa il principio di transizione dell’eguaglianza in matematica. Sembra un principio di ragionamento intuitivo ma non lo è. Nonostante funzioni solo per le relazioni di similitudine (o meglio di inclusione in una stessa classe di oggetti) e quindi privilegi l’uguaglianza rispetto alla differenza, è l’unico che sia valido anche quando la relazione non è reciproca (come per esempio non è per a→b c→b a→c) e quindi permette di mettere in relazione proprio elementi diversi. E’ necessario comunque che le relazioni siano fra elementi appartenenti tutti allo stesso livello logico, si deve infatti distinguere fra linguaggio e metalinguaggio, come ha dimostrato Bertrand Russel. Una teoria che derivi da una serie di assiomi (ovvero di preposizioni ritenute universalmente vere, come le tautologie che lo sono logicamente) combinati poi tramite  la tecnica del sillogismo (o della logica) si dice assiomatica. A inizio secolo scorso Gödel ha dimostrato che qualsiasi teoria del genere, compresa la matematica, presenta sempre contraddizioni irrisolvibili. Questo, non tutto almeno, comunque Bacone non lo sapeva.
[18] Francesco Bacone Instauratio Magna, Distributio operis.
[19] Lutero aveva insistito sulla libertà di interpretazione del testo sacro, ma non avrebbe mai dichiarato che Adamo non fosse mai esistito o che la terra fosse rotonda.
[20] Vedi nota 5. Si può qui aggiungere forse che le preposizioni che la logica aristotelica accetta come elementi del suo sillogismo sono di solo quattro tipi: tutti gli a sono b, tutti gli a non sono b, qualche a è b, e qualche a non è b.
[21] E quali siano i metodi giusti per classificare, e quindi quali siano le qualità con cui raggruppare gli elementi in una classe, è oggetto comunque di dibattito.
[22] Ripetiamo in ogni caso che sebbene nessuno dubiti che la matematica sia un sistema logico, qualsiasi tentativo di farla derivare dalla logica di tradizione aristotelica si è rivelato infondato. Va inoltre detto che anche il metodo induttivo ha avuto un’enorme importanza scientifica.
[23] Lo stesso Galileo, pur usando rigorosamente il suo metodo, ha costruito una teoria delle stelle comete per lo meno divertente alla luce delle conoscenze attuali.
[24] Marx Engels Manifesto del partito comunista, Mondadori Milano 1978 pag 59.
[25] Lo spostamento di un oggetto nello spazio in base al tempo.
[26] Goethe Faust Op. Cit. pag. 1017, 1019
[27] Goethe Faust Op. Cit. pag. 1011
[28] E’ impossibile non notare quanto apparentemente questa mentalità sia simile a quella dell’imprenditore borghese, non solo perché un buon imprenditore è colui che lancia il nuovo prodotto sul mercato, o a un prezzo più basso, cioè escogitando un metodo di produzione nuovo rispetto al precedente, o perché comandi, sia il padrone, ma anche perché ha la persuasione di fare non solo un suo interesse ma quello dell’umanità. In realtà ci sono differenze notevoli: Faust ha un progetto per l’intera società, l’imprenditore solo per la sua impresa.
[29] Non si può certo pensare che le piramidi, il Colosseo o gli acquedotti romani fossero lasciati a una costruzione non coordinata. Il sapere non è mai stato uguale per tutti.
[30] Si pensi all’utopia tecnologica e morale della fantascienza moderna, da Star Trek ai mondi di Asimov.
[31] Non vogliamo con ciò dire che non sia importante come queste verità si costruiscono, per esempio noi riteniamo che derivino dall’insieme delle relazioni con il mondo che il soggetto ha sin dalla nascita, e che siano quindi un prodotto psicologico del rapporto con la madre, la famiglia e poi la cultura, ma questa non è la sede per esaminare la creatività morale e il suo rapporto con alcuni settori del cervello umano.
[32] Se questa idea sembra illuministica bisogna tener conto che Kant, che dell’illuminismo è stato uno dei massimi esponenti, invece metteva proprio in guardia dal far derivare la morale solo dalla ragione.
[33] L’omicidio premeditato è un reato più grave dell’omicidio di un folle, anzi l’ultimo non viene spesso nemmeno punito. In mezzo ci sono gli altri.
[34] La legittima difesa premeditata però non è consentita nel diritto penale. Essa viene però ultimamente giustificata nei casi di terrorismo, o come motivo di guerra: quando un paese ritiene semplicemente di sentirsi minacciato da un altro.
[35] Si veda la nota 18
[36] Chi sostiene che la modernità sia nata con i comuni italiani ha in questo un punto di forza: in effetti il mercato dei comuni italiani era proprio basato sulla difesa del proprio sapere.
[37] Soprattutto le armi e la polvere da sparo, almeno all’inizio.
[38] In realtà dopo Stalin si modernizzò il potere più che la nazione sovietica.
[39] La fantascienza entro cortina, rappresentata da uno dei più grandi scrittori del genere, il polacco Stanislaw Lem, non aveva un’idea del futuro così brillante come quella contemporanea Americana.
[40] Come questo concetto fosse ben presente in Stalin stesso, si veda il bellissimo saggio di Gian Piero Piretto Il radioso avvenire Torino Einaudi 2001, in cui l’autore mostra quanto lo stalinismo trovasse nonostante tutto un consenso proprio nella sua propaganda che l’utopia non era nel futuro ma sotto di lui, si era realizzata. Il saggio mostra anche come la società sovietica fosse molto più movimentata di quello che si ritiene o che Stalin avrebbe voluto, proprio perché il tempo non si può fermare.
[41] Michail Bulgakov Il maestro e Margherita Einaudi Torino 1968 pag. 287
[42] Il terrore che instaura è causato non solo dalla necessità di reprimere il dissenso, come ogni potere, ma da quella di imprigionare il tempo che scorrendo indebolirebbe la sua autorità.
[43] La cibernetica dice grossomodo che un messaggio contiene informazione per chi lo riceve solo se ne è possibile uno diverso. Quando non si dà alternativa non c’è informazione e viceversa. Una tautologia infatti non contiene informazione.
[44] Bulgakov Il Maestro e Margherita, Einaudi Torino 1968 pag. 229
[45] Bulgakov, idem, pag. 225
[46] La frase contiene un’altra parte di verità: se la legge è fatta per l’uomo sarebbe utile per lui seguirla.
[47] Cristo di per sé rappresenta proprio il paradosso del corpo, dell’uomo, che si inserisce in una linea di religiosità mistica paralizzata nella tradizione come quella Ebraica. E soprattutto è Colui che si è fatto corpo per la nostra salvezza.
[48] Goethe Faust. Op Cit pag. 139
[49] Bulgakov, Il Maestro e Margherita, pag. 339
[50] Il romanzo di Bulgakov è ambientato precedentemente l’avvento di Stalin, ma è a quella società che si riferisce.
[51] Bulgakov. idem pag. 344.
[52] Purtroppo questa non è la sede per un’analisi approfondita del capolavoro di Bulgakov.
[53] Per esempio, fra le altre, l’episodio di un barista che sa dal diavolo che morirà di cancro al fegato e che chiede ingenuamente a un professore di debellarlo in tempo. Bulgakov op cit. pag. 204.
[54] Si potrebbe quasi definire il romanzo di Bulgakov postmoderno, in considerazione anche della sua metaletterarietà, ma non è questa comunque la sede e i capolavori sopportano assai male le etichette. Va notato comunque che la visione della cultura per Bulgakov è in ogni caso ancora elitaria.
[55] Bulgakov Il Maestro e Margherita Op. Cit. pag. 373
[56] Questa visione dello spazio è presente anche nel romanzo di Bulgakov, anche in rapporto alla magia che ne mette in luce le diverse dimensioni: l’appartamento dove abita il diavolo viene perquisito più volte e non si trova nulla. E’ di poche stanze ma contiene un mondo. Questo concetto era poi esasperato dal fatto che in Unione sovietica difficilmente si avevano appartamenti spaziosi, la razionalizzazione delle abitazioni costringeva le persone a vivere in bilocali minuscoli anche in tre o quattro, e si poteva essere estranei.
[57] Più un sistema assiomatico è dettagliato e più si contraddice.
[58] Quanto i mezzi di comunicazione influenzino e condizionino il sentire contemporaneo sarà oggetto del primo capitolo di questo libro.
[59] Anche la conquista della luna è un’appropriazione dello spazio attraverso il corpo umano: dal punto di vista scientifico infatti che l’uomo passeggi sulla luna è assolutamente inutile.
[60] Berman op cit. pag. 43
[61] Per una di quelle strane, ma non completamente fortuite, coincidenze della storia il Maestro e Margherita che non fu pubblicato durante la vita di Bulgakov, venne stampato per la prima volta in versione integrale proprio nel ’68. Non in Unione sovietica, dove giravano però alcune copie tagliate, anche di molti brani qui evidenziati, ma in Italia, dalla Einaudi.
[62] Friedrich August von Hayek. Legge legislazione e libertà. Milano il Saggiatore 1994 pag,21
[63] Anche la matematica ha proposto un modello simile: la teoria delle variabili nascoste di René Thom, per cui in un sistema potrebbe esserci una variabile che da sola può cambiare completamente tutto il sistema fino a distruggerlo.
[64] O una meta narrazione, come sostiene Jean-François Lyotard ne La condizione postmoderna. Feltrinelli Milano 1985
[65] Mentre scrivo queste righe, o voi le leggete. sicuramente nel mondo qualcuno muore, qualcuno nasce o viene concepito, qualcuno fa l’amore in moltissimi modi diversi e con diversissimi partner, qualcuno balla, qualcuno canta, suona, ride, piange, scherza, scrive, pensa che sono un idiota, telefona, fa un rito tribale, caccia, pesca, corre, nuota, lavora, cammina magari con una cesta carica di cibo in testa, cerca l’acqua, vede la tv, è al cinema mangia, commette un reato, e potremmo continuare a lungo.  
[66] Lyotard op. cit. pag. 121
[67] Si pensi alla teoria sulla sessualità di Foucault.
[68] Come Jessica Rabbit, la protagonista del film di Robert Zemeckis Chi ha incastrato Roger Rabbit, che è un cartone animato appunto.
[69] Von Hayek op. cit. pag. 559
[70] Von Hayek op. cit. pag. 252
[71] Von Hayek op. cit. pag. 84
[72] Anche le regole morali, come quelle naturali, sono sentite «come verità eterne che l’uomo poteva cercare di scoprire ma che non poteva modificare.» Von Hayek op cit. pag. 95
[73] Von Hayek op. cit. pag.120. A pag. 201 von Hayek aggiunge: «...i gruppi che per caso accettarono norme che li resero più efficienti arrivarono a prevalere su gruppi che seguivano norme meno efficienti.»
[74] Nonostante ci sia la differenza alla base di questo principio, che appunto può nascere solo in un contesto di diversità delle verità, è solo il tentativo di annullare questa differenza in verità assolute, divine, che lo fa nascere.
[75] Von Hayek op. cit. pag. 340. Ciò nonostante von Hayek ha spesso dei lapsus freudiani: «I genitori scegliendo di vivere in un determinato posto e con una determinata professione... » oppure quando cerca di giustificare il monopolio: « quando il monopolio deriva da possedere capacità uniche...» op. cit. pag. 446. Non si può nemmeno chiedere uno stipendio equo poiché un uomo «per propria colpa non deve diventare un onere per i suoi amici o i suoi simili.» Ibidem.
[76] William Ross Ashby Introduzione alla cibernetica. Torino Einaudi 1971. pag. 144
[77] Qualche volta si è addirittura costretti: «Per varie ragioni i processi evolutivi spontanei possono condurre a un impasse da cui non possono districarsi con le proprie forze o, almeno, da cui non riescono a correggersi abbastanza velocemente.» Von Hayek op cit. pag. 114. Per sapere che il sistema ha preso la strada sbagliata però bisogna conoscere qual è la giusta e von Hayek sostiene che nessuno la può sapere. Ammettere l’eccezione è segno di disponibilità ma purtroppo discutere su chi possa in realtà decidere di intervenire, nella prospettiva neo liberista, ci porterebbe troppo lontano. E comunque l’eccezione non è ammissibile nell’ideologia.
[78] Questo non è sempre vero perché se io distruggo qualcosa, tipo una specie vivente, sono sicuro che non ci sarà più. Ciò non toglie che non posso veramente sapere se l’umanità sarà distrutta dall’estinzione della specie oppure no.
[79] Von Hayek pag. 516
[80] Ashby Op cit. pag 55. Precisa anche Ashby che «Studiare tutti i fatti non sarebbe realistico...»
[81] Questo dovrebbe far riflettere chi sostiene che il neo liberismo è un’ideologia che salvaguarda la libertà individuale. In realtà dell’individuo al neo liberismo non può interessare di meno: in fondo non può prevedere nulla di quello che all’individuo capiterà.
[82] Il più noto sistema che funziona per lo più con regole univoche ma che spesso vi fa eccezione a seconda del contesto o del valore di alcuni parametri (non li conosciamo però certo tutti) è il cervello umano.
[83] In questo libro mostreremo non solo che il metodo neoliberista non è mai stato applicato e che in realtà la modernizzazione è avvenuta proprio tramite modelli di società organizzata anche economicamente ma che se viene applicato provoca disastri.
[84] Von Hayek op cit. pag. 119
[85] Von Hayek non sostiene direttamente che i liberisti una volta al potere debbano usare i mezzi di informazione per condizionare l’opinione pubblica, (che lo fanno, e questo sarà argomento del prossimo capitolo) si limita a suggerirlo. 
[86] In realtà la macchina uomo è parte di una specie e quindi legata alla riproduzione di questa, anche il principio di piacere diventa un fine legittimo della macchina: ovvero la macchina risponde agli input esterni anche secondo quel principio. Se la sopravvivenza è vincolante, il piacere però no, è una tendenza sottoposta al vincolo della sopravvivenza individuale.
[87] La sua volontà è solo questo, la sua sopravvivenza e il suo piacere. La sua cultura, i suoi desideri, il suo agire sono solo un adattamento, un modo che ha di mantenere la sua funzionalità biologica, nel complesso di relazioni esterne.
[88] Il relativismo postmoderno sotto un altro aspetto.
[89] Più ho bisogno degli altri e più sarò socialista, meno avrò bisogno degli altri e meno lo sarò. Più sono libero da vincoli materiali e più sarò astratto. Più libertà di azione mi posso garantire da solo e meno vorrò che me le garantisca la società, e meno ne garantirò agli altri. Per questo che le regole dei neo liberisti sono astratte dalla società, dal materiale, perché fatte da persone che non hanno vincoli materiali.
[90] Non è vero però che da ciò si possa dedurre come fanno i neo liberisti che quelle mosse o azioni che necessitano di un codice che tuteli anche il più forte siano i soli generalizzabili, in quanto i soli comunque necessari a tutti, anche ai più deboli, se pur non sufficienti alla loro sopravvivenza, poiché in contesti opposti, ma anche semplicemente diversi, si potrebbero trovare diritti vitali per forti inutili e svantaggiosi per i deboli, e viceversa.
[91] Si vedano le bellissime pagine di Elias Canetti sul caso Schreber, in Massa e Potere, ed Adelphi Milano 1981. Soprattutto le pagine 259-261.
[92] Questo stretto legame fra corpo e territorio, spazio, non è nuovo nella storia dell’umanità, anzi. Anche nella società feudale il rapporto fra corpo e spazio era così stretto, se pur con molte differenze, tanto che qualcuno parla di nuovo feudalesimo, per i giorni nostri. Uno dei libri più istruttivi sul rapporto fra territorio, proprietà e corpo (che si impossessa dello spazio magari mangiandone i suoi beni) o meglio corpi, legati al loro spazio, è le Anime Morte di Golgol.
[93] Come in realtà ho fatto io identificandole come norme dell’inviolabilità dello spazio-corpo.
[94] Il sistema sembra solo apparentemente più libero. Ovviamente bloccare il sistema della violenza è auspicabile per chiunque, ma è probabile che questo sia uno dei più grossi problemi dell’umanità e che sia difficilmente ottenibile semplicemente trovando delle regole astratte di senso comune. E’ la loro applicabilità nella realtà che è problematica.
[95] «...Un gidice socialista è, in realtà, una contraddizione in termini, dal momento che le sue convinzioni gli debbono impedire di applicare esclusivamente quei principi generali soggiacenti a un ordine spontaneo delle azioni e lo conducono a prendere in considerazione circostanze (sociali) che non hanno nulla a che  fare con la conformità a giustizia  delle azioni individuali.» Von Hayek op cit pag. 151.
[96] Così come ammette che il diritto penale, per esempio, non può fare a meno di norme generali deduttive.
[97] Per i beat era l’amore.
[98] Un solo sguardo ai risultati della globalizzazione neoliberista però e questa certezza sembra ironica.
[99] Così come si da per scontato, a un altro livello logico ancora, che le carte non si volatilizzino oppure se ne vadano per conto loro, o che improvvisamente parlino. Si danno per scontate insomma le leggi della fisica. 
[100] Il che la renderebbe comunque un utopia inutile, poiché di uomini si sta parlando.
[101] Fin dalla sua nascita in realtà l’uomo è alleato con la sua famiglia per esempio.
[102] «Ciò che non si è ancora riconosciuto è che i veri sfruttatori della società attuale non sono i capitalisti o gli imprenditori egoisti e, invero, alcun singolo individuo, ma organizzazioni che traggono il loro potere dall’appoggio morale dato ad azioni collettive e dal senso di lealtà per il gruppo.» Von Hayek op. cit. pag. 469. Queste organizzazioni sono i sindacati, che sfruttano i lavoratori nelle fabbriche del terzo mondo infatti. E’ difficile pensare a una terza via fra socialismo e liberismo di fronte a posizioni del genere, e ci piacerebbe chiedere a molti politici di sinistra italiani come riescono a conciliare il loro appoggio al neo liberismo con la loro tradizione.
[103] La teoria dei giochi di John Von Neumann e Oskar Morgenstern esposta nel loro Theory of games and economic behavior. Princeton. Princeton University Press 1947, e a cui facciamo in gran parte riferimento in queste pagine, tratta principalmente di giochi a due o tre giocatori, ma ne trae regole valide anche per giochi con più giocatori.
[104] Anche gli scacchi sono di questo tipo, ma mentre gli scacchi sono un gioco che non dipende dalla disponibilità di informazioni (sono tutte sulla scacchiera), ma dal saperle interpretare, il mercato è un gioco in cui le informazioni nascoste, possedute, sono fondamentali per decidere che mossa fare. Ogni buona mossa degli scacchi è una mossa che aumenta le probabilità di vittoria, da un vantaggio (o uno svantaggio), così ogni mossa del mercato
[105]Forse le periodiche crisi del capitale sono spiegabili anche così.
[106] Intendiamo le informazioni scientifiche. Qualcuno potrebbe anche sostenere che il mercato condiziona la ricerca scientifica, ma il condizionamento è anche reciproco.
[107] Anche la scienza ha sempre cercato di trovare la via più economica di ottenere un risultato, semplicemente perché sa che la macchina perfetta non esiste, è solo quella che spreca meno energia per compiere il suo lavoro.
[108]  «Intendiamo per terrore l’efficienza ottenuta con l’eliminazione o la minaccia di eliminazione di un interlocutore dal gioco linguistico in cui si era impegnati con lui.» Lyotard opera cit. pag. 116.
[109] Come fa per esempio il WTO. Si veda appendice del quarto capitolo di questo libro.